L’OCCIDENTE IN UN “CUL DE SAC”?
Non ci sono progetti di cambiamento percorribili a breve: serve una lunga e paziente battaglia
La crescente insoddisfazione dei cittadini occidentali è evidente, e la “rabbia” è particolarmente diffusa tra i giovani; tra le persone delle fasce socioeconomico più basse ed infine tra coloro che vivono lontano dalle città.
Tutti questi gruppi hanno comuni ragioni di disagio, in particolare il fatto che vedano di fronte a sé poche opportunità di lavoro, di crescita economica e in generale di ascolto delle loro ragioni. Come ho più volte ribadito, il quadro di riferimento economico e tecnologico opera contro questi gruppi di persone: la finanziarizzazione dei beni di investimento - in particolare delle case - unitamente alla stagnazione dei salari rende per i giovani difficile costruirsi un minimo di indipendenza patrimoniale, che costituisce un elemento di sicurezza quasi indispensabile rispetto all’incertezza del futuro. L’automazione sta facendo diminuire i tipici lavori della classe media, con una polarizzazione tra quelli più remunerati, ma difficilmente accessibili, e quelli più semplici, ma mal pagati. Infine, le opportunità si concentrano nelle città, e nei luoghi in cui le aziende trovano le competenze e i servizi, mentre lontano da lì le attività economiche si riducono, e anche il livello dei servizi offerti, sia dal pubblico che dal privato, è molto più insoddisfacente.
I governi non riescono a modificare questa situazione, perché è al di fuori del loro controllo: le tecnologie modificano il mercato del lavoro, creando la polarizzazione sopra indicata; le attività economiche diffuse, che avevano portato benessere nel secondo dopoguerra, si stanno concentrando per ricercare l’efficienza che ottimizzi il ritorno finanziario del capitale; le aziende hanno sempre più potere per comprimere i salari dei lavori poco qualificati; infine gli stati altamente indebitati non riescono ad adeguarsi alle crescenti richieste della popolazione, in particolare nei piccoli centri.
Questa incapacità dei governi di rispondere alle esigenze dei cittadini - nonostante le promesse fatte di una quasi impossibile crescita economica - è la causa chiave della delusione dei cittadini, e anche di un crescente disamore verso le forme democratiche.
Le democrazie occidentali sono strettamente connesse all’idea di uno Stato Nazionale, il quale ha due caratteristiche essenziali: la capacità di legiferare liberamente sulla base delle indicazioni della maggioranza dei cittadini e la forte difesa ed espressione di un’identità culturale nazionale.
Queste due caratteristiche sono venute meno a seguito della svolta neoliberista degli anni ‘70.
Gli Stati, incapaci di affrontare la crisi inflazionistica e le pressioni redistributive, si sono affidati ai mercati, essenzialmente attraverso la libera circolazione dei capitali e un loro incremento di potere rispetto al lavoro. Ho già spiegato nel precedente post, come questa svolta abbia generato un fantastico processo di globalizzazione e un ciclo di innovazione intensissimo, il quale ha permesso la crescita di aziende che con le loro tecnologie stanno cambiando le modalità di lavoro e di vita. Tuttavia le poche aziende (statunitensi) che dominano le nuove tecnologie influenzano il mercato del lavoro e le relazioni sociali senza che i governi possano intervenire.
Questo predominio dei capitali e di alcune grandi aziende rispetto agli Stati è una situazione molto consolidata, in quanto i capitali sono l’insieme del risparmio mondiale e soprattutto di quello occidentale: ad esempio, i lavoratori americani sono i principali azionisti delle nuove grandi aziende attraverso i loro fondi pensione; e molta parte del risparmio europeo è ormai investito nella borsa statunitense. Tutti i risparmiatori sono quindi interessati a sostenere questa situazione, anche se in parte può non andare nel loro interesse come lavoratori. Questa è la contraddizione che “inchioda” il mondo occidentale, e che ha dato origine ad un sistema finanziario ipertrofico e potente. Tuttavia, anche chi non ha risparmi, e non è quindi investitore, sarebbe duramente colpito da una caduta di valore dei beni di investimento, perché essa genererebbe una situazione simile alla grande crisi finanziaria del 2007, cioè una recessione che colpirebbe anche loro. Questo sistema ha costruito anche una nuova “cultura” collettiva, che mette gli interessi degli investitori sopra ogni altra cosa.
Queste gigantesche aziende, con il potere tecnologico e finanziario, esercitano quindi la loro influenza su di noi, ma anche sugli Stati, per mantenere una legislazione a loro favorevole.
Ho spiegato, sempre nel post precedente, come sia molto difficile smembrare o regolamentare queste società e in particolare quelle dell’Intelligenza Artificiale. Questo implica che i Paesi che ospitano tali aziende hanno anch’essi una posizione monopolistica all’interno della geopolitica mondiale, e in particolare ciò vale, come abbiamo sotto gli occhi, per la Cina e gli Stati Uniti. La forza di questi Paesi deriva appunto dal monopolio che queste tecnologie possiedono - e che sono indispensabili a tutti -; quindi, il fatto di come essi regolamentano queste aziende dovrà essere subìto dagli altri Paesi.
Il resto del mondo, in particolare l’Europa, è sempre dipeso dalle tecnologie che sono state sviluppate nel secolo passato negli Stati Uniti; ma quelle non hanno mai generato, anche per l’intervento normativo del governo americano, dei monopoli tali da impedire agli altri Paesi di sviluppare proprie aziende, che si basassero su queste tecnologie. E l’elemento peculiare è che questa posizione di forza non deriva da brevetti, bensì dalla capacità di queste società di raccogliere in pochissimo tempo un enorme quantità di capitali, attirando anche tutte le competenze necessarie per raggiungere l’obiettivo. Altrove non sarebbe possibile perché è il predominio del mercato finanziario statunitense che genera questa loro posizione monopolistica e, ovviamente, del Paese che le ospita.
Dobbiamo quindi guardare agli Stati Uniti per capire il nostro futuro: l’ipotesi di una regolamentazione dell’AI appare improbabile, mentre sorprendentemente c’è una “inusuale” convergenza fra alcuni intellettuali e venture capitalist vicini agli interessi di queste aziende, e un politico di sinistra come Sanders. Costoro ritengono che una parte della ricchezza creata da queste debba essere ridistribuita, anche in vista della minaccia che l’intelligenza artificiale sta portando al mercato del lavoro. L’ipotesi è che una parte delle azioni di queste aziende venga messo in un fondo sovrano gestito dal governo nell’interesse degli americani, oppure che essa possa essere distribuita come salario minimo universale. Tutto è ancora molto vago, ma sta aumentando negli USA la consapevolezza che bisogna trovare una strada per ridurre la crescente opposizione all’applicazione dell’intelligenza artificiale nelle aziende e la scontentezza diffusa, che comunque l’amministrazione Trump non ha eliminato. Se così fosse, questo andrebbe solo a vantaggio dei cittadini americani e gli investitori esteri dovrebbero cedere una parte del loro valore proprio a vantaggio del Paese in cui hanno investito. È stato recentemente pubblicato un breve romanzo, il quale ipotizza che nel prossimo futuro i Paesi europei vedranno limitato il loro accesso all’intelligenza artificiale a causa del deficit di capacità computazionale (data center) che hanno, e addirittura che gli Stati Uniti userebbero questo fatto e altre pressioni – in stile Trump - per impadronirsi dell’azienda olandese ASML, che ha il monopolio dei macchinari per la fotolitografia utilizzati nell’industria dei semiconduttori.
Una breve ma efficace sintesi di questo racconto, forse non così improbabile, può essere trovata qui.
Si parla molto del distacco americano dall’Europa, facendo particolarmente riferimento ai rapporti militari, ma in realtà questo potrebbe essere davvero il terreno della separazione, anche al di là della presidenza Trump, e cioè del ristabilimento della priorità nazionale su ogni tipo di rapporto o di alleanza. I partiti populisti europei potrebbero scoprire, come è avvenuto in questi giorni per Giorgia Meloni, che il loro riferimento americano potrebbe presto svanire.
Tutto questo ci fa tornare al quesito iniziale, e cioè quali possano essere le soluzioni per le difficoltà e le scontentezze dei cittadini europei. L’unica proposta sul tavolo è quella che è stata definita “l’agenda Draghi”, e cioè una maggiore integrazione europea, soprattutto dei mercati finanziari, e più in generale delle regole del mercato dei servizi, per poter permettere maggiori investimenti nelle nuove tecnologie, costruire un mercato unico e cercare di ridurre il gap con gli Stati Uniti. La proposta è sensata, ma il suo obiettivo può solo essere di non perdere “peso geopolitico”, mentre non ridurrebbe l’insoddisfazione esistente; la prova viene dagli Stati Uniti, dove un settore tecnologico fortissimo permette la crescita economica ma, come ormai molti convengono e ho spiegato nel precedente post, i vantaggi di questa crescita rimangono molto concentrati nei detentori del capitale e in un limitato numero di persone che lavorano in questi settori, non risolvendo quindi i problemi che sono all’origine del disagio sociale.
L’ipotesi di una maggiore integrazione europea è comunque molto improbabile, proprio perché il superamento dell’ambito nazionale ha ancora troppe resistenze, mentre non vi è più tempo per tentare di recuperare il divario su quella che può diventare la tecnologia che dà un vantaggio geopolitico mondiale perché può essere negata ad altri e in ogni caso potrà essere fruita solo secondo le regole imposte dagli USA. Quindi l’unica proposta più realistica è che venga fatto uno sforzo specifico per sviluppare uno o più operatori europei di intelligenza artificiale, utilizzando l’approccio cinese, e cioè mettendo insieme imprenditorialità e capitali privati, ma anche risorse pubbliche. In particolare, le risorse pubbliche devono essere il motore e mantenere quel diritto di influenza che permetterà la regolamentazione di queste aziende, mentre le risorse private e i team imprenditoriali dovranno essere liberi di operare e di rispondere dei risultati, avendone gli adeguati ritorni. Se si ottenesse questo obiettivo, non solo si potrebbe creare un po’ di ricchezza da distribuire ai cittadini europei, ma soprattutto si potrebbe partecipare alla decisione sulla regolamentazione: ad esempio, rendendo questo tipo di prodotti “open source”, e anche evitando le applicazioni più negative e più rischiose per l’Intelligenza Artificiale. Si potrebbe quindi influenzare il futuro uso mondiale dell’AI. Mi sembra incredibile come continui questo sterile dibattito su un progetto di maggiore unità europea che non dà alcun segno di progresso - come dimostra l’opposizione del governo tedesco all’acquisizione di Commerzbank da parte di Unicredit - mentre manca la consapevolezza che bisogna tentare di fare qualcosa di possibile velocemente - e farlo bene - imparando da come altri - per esempio i cinesi, ma ora anche gli Stati Uniti nel settore dei microprocessori - stanno facendo.
Penso che in futuro, quando si scriverà la storia di questo periodo, emergerà la drammatica incapacità delle élite europee (e non solo quelle politiche, ma anche quelle del mondo intellettuale) e di tutti coloro che possono influenzare l’opinione pubblica.
Chiusa questa parentesi, che dovrebbe portarci ad un intervento di emergenza più fattibile, perché molto concentrato, rimane però aperto il tema di come togliere le cause che rendono oggi molti cittadini occidentali, inclusi gli americani, scontenti.
E qui non vi può essere una soluzione locale, neppure a livello europeo, perché il mercato dei capitali è oggi mondiale, e detta le regole nei rapporti di forza con gli altri fattori produttivi. Non ci può essere una regolamentazione locale - altrimenti il capitale boicotterebbe quel Paese o quella regione - e per modificare la situazione occorre un riequilibrio all’interno della società tra chi ha il capitale, cioè i risparmiatori, e chi non li possiede; questo vuol dire ridurre le aspettative di ritorno sugli investimenti, e puntare una diversa distribuzione del reddito già nel ciclo produttivo, e quindi accettare un maggior costo del lavoro e un minor livello di profitti. Infine, o forse all’inizio, serve un cambio culturale sulla necessità di modificare le modalità di uso della ricchezza per superare l’incongruenza che i capitali, che non sono mai stati così abbondanti, invece di essere poco cari come la teoria economica prevede per i beni non scarsi, hanno aspettative di ritorno elevate e per ottenerlo intervengono nella società, in modo anche negativo, facendo crescere il valore degli “asset” esistenti.
Per fare tutto questo serve un quadro internazionale di accordo, il che rende tutto difficilissimo e ci pone in una situazione di impotenza rendendo le proposte poco credibili.
Mi limito qua a citarne due per la rilevanza dei proponenti:
Piketty e altri illustri economisti hanno prodotto un ampio studio, il quale prevede una significativa tassazione su tutta la ricchezza mondiale per creare un fondo di investimento che promuova attività per la transizione energetica e di interesse collettivo: i ritorni di tali investimenti saranno distribuiti ai singoli Paesi per favorire interventi sociali. L’obiettivo è nel lungo termine di ridurre le disuguaglianze, sia a livello mondiale, sia a livello nazionale attraverso un trasferimento di ricchezza iniziale che diventi motore di questo cambiamento. Il progetto è assai complesso ed è anche stato criticato per l’assenza di un sostegno matematico adeguato e per alcune incongruenze. Ha però il pregio di disegnare un mondo diverso, certamente più equo dell’attuale, ma la sua realizzabilità appare così improbabile da rendere difficile sentirsi investiti della responsabilità di sostenerlo.
Acemoglu (professore al MIT e premio Nobel) sta conducendo da tempo una battaglia per la regolamentazione dell’intelligenza artificiale, e un suo utilizzo che non sia solo orientato a sostituire lavoratori e a dare vantaggi alle aziende. La sua tesi (già espressa in alcuni articoli e che verrà sintetizzata in un libro in uscita a breve) è che la democrazia può essere difesa solo se riuscirà a tornare a fare gli interessi della larga parte dei cittadini, e che quindi vada rivisto l’attuale assetto economico e sociale (proprio nella direzione che io ho indicato poco sopra, anche rifacendomi ad alcune sue proposte). Egli sostiene che gli Stati devono tornare ad avere il potere di regolamentare e in particolare devono farlo per evitare i monopoli e un uso non condiviso delle tecnologie. Propone scelte forti, ma difficili da attuare a breve, che implicano una battaglia intellettuale di lungo periodo, sapendo che passerà attraverso un tortuoso cammino, ma che, tuttavia, potrebbe trovare alla fine uno sbocco positivo, grazie al fatto che tutte le altre alternative non possono essere risolutive dei problemi che oggi il mondo occidentale sta vivendo.
Proprio per questo, cioè perché è necessario abbandonare le ricette facili e semplici - e soprattutto falsamente proposte come attuabili a breve - che bisogna prepararsi per una lotta intellettuale di lungo periodo, per costruire un consenso nella società verso queste soluzioni. È una lotta anche per rendere consapevoli della complessità dei problemi e smascherare l’inefficacia di soluzioni semplici, spesso fatte solo per ottenere consenso e perché gli umani fanno fatica a convivere con il fardello della complessità.
Quindi, il mio prossimo post - che concluderà il ciclo su questi temi - racconterà in termini personali come io vivo questa situazione, e perché penso che si debba innanzi tutto fare una battaglia culturale, prima che politica, per promuovere la consapevolezza che il cambiamento può solo avvenire se si modificano le condizioni che sono alla base dell’attuale situazione. Tutto ciò è molto difficile, ma questo sforzo può essere sostenuto dalla convinzione che le altre strade, apparentemente più facili, non sono efficaci.
E infine discuterò, qualora non fosse possibile riportate la gestione del capitale a vantaggio dell’intera società, l’unica alternativa possibile, da me non amata, e cioè l’UBI (universal basic income): un salario minimo garantito per tutti.


