LA VITTORIA DEL CAPITALE….
Potrebbe essere la “tomba dell’occidente”?
Nei precedenti post ho spiegato perché vi sono alcune condizioni che rendono l’intero Occidente difficilmente modificabile e impossibilitato a dare le risposte che una parte dei cittadini, e in particolare i ceti sociali socialmente più deboli, richiedono. Ho anche indicato nell’inadeguato uso dell’immenso capitale che si è formato negli ultimi sessant’anni il vincolo principale al cambiamento, poiché esso viene prevalentemente utilizzato per far crescere il valore degli asset alla ricerca di un elevato ritorno finanziario a breve, che però non produce effetti positivi per la società. Pertanto, tutte le varie proposte, specialmente in Europa, si infrangono contro la non comprensione di questo elemento e in ultima analisi esiste perciò una estrema difficoltà di cambiare questa situazione.
È pertanto giusto dire che nelle nostre società ha vinto il capitale; e non sto parlando solo di quello dei super ricchi che sono quotidianamente al centro dell’attenzione, ma anche di quel capitale diffuso che ha reso una parte importante dei cittadini occidentali benestanti, e che ha creato un sistema finanziario nell’interesse più generale della società.
Se quindi il capitale ha vinto, è probabilmente dal capitale - o meglio dagli intellettuali e dai pensatori che credono alla correttezza di questo sistema - che potranno venire le soluzioni per il futuro, e l’obiettivo di questo post è infatti quello di indagare le loro idee, soprattutto negli Stati Uniti dove questi temi sono ampiamente discussi. In Europa si discute invece di come copiare gli Stati Uniti, mentre oltre l’oceano si è intuito che anche il predominio tecnologico non risolve i problemi profondi della società.
Coesistono due tesi: entrambe improntate dalla convinzione che l’AI e la sua applicazione al mondo della coscienza e del mondo materiale (per esempio la robotica) stanno cambiando totalmente il mondo, e creando anche una concentrazione di ricchezza che può essere negativa, non fosse altro perché toglie consenso allo sviluppo di questo trend tecnologico.
Entrambe si basano su una ipotesi di fondo, e cioè che i governi non debbano avere ruolo nel regolamentare queste tecnologie: tale impostazione discende dalla convinzione che i governi siano inadatti a farlo, ma anche dal timore che ogni regola possa ridurre il valore di queste aziende e quindi penalizzare economicamente questo mondo che si sente, oltre che molto ricco, anche sempre più potente.
Ecco le due tesi, in estrema sintesi:
· Salario Universale di Benessere. Essa parte dalla convinzione le nuove tecnologie creeranno una situazione di abbondanza, e cioè la possibilità di produrre beni e servizi a costi sempre più bassi, perché verranno sostituite le persone con l’intelligenza artificiale e i robot. Questa situazione andrà certamente a beneficio delle aziende, e pertanto l’obiettivo della proposta è che questo beneficio possa essere redistribuito alle persone attraverso appunto un salario universale che i proponenti pensano possa essere superiore ad un salario minimo di sopravvivenza, anzi addirittura un salario che potrà permettere una vita serena. Questa tesi riconosce che vi dovrà essere un lungo periodo di transizione molto difficile, ma dà un’indicazione di come da un lato ridistribuire la ricchezza creata, e dall’altro permettere il mantenimento dei consumi. Questo processo dovrebbe essere facilitato da un periodo di deflazione prodotto dal crollo dei prezzi, grazie all’automazione.
· Proprietà diffusa dell’intelligenza. La proposta parte dall’idea che l’AI stia ormai diventando un sistema di proprietà della conoscenza che si è formata in tutta la storia dell’umanità e pertanto da un lato questo processo debba essere sviluppato dai privati, ma la sua proprietà non possa essere interamente ad essi attribuita, bensì propone di creare un fondo sovrano che detenga azioni di tutte le aziende del settore, e che permetta che tutti i cittadini possano beneficiare della proprietà di questo fondo.
La seconda proposta mi pare improbabile, poiché non vedo la disponibilità di queste aziende e dei loro azionisti di farlo, tra l’altro proprio nel momento in cui stanno per quotarsi e desiderano massimizzare il loro valore. Inoltre, creerebbe un vantaggio solo per i cittadini americani, mentre queste aziende hanno azionisti di tutto il mondo. Persino gli stessi promotori riconoscono che l’idea è di difficile attuazione.
La prima appare più realistica nel lungo termine, anche perché non è legata alla proprietà, ma all’utilizzo delle tecnologie stesse e quindi ogni paese può tentare di attuarla, anche se potrebbe essere difficile considerando che la diffusione del loro utilizzo è mondiale, mentre la proprietà è concentrata negli Stati Uniti.
La mia convinzione è che tutto questo sia “fumo negli occhi” solo per ridurre la pressione che queste aziende, i loro fondatori e tutto il sistema finanziario che gira intorno a loro, sente su di sé per i rischi che esse possono portare al mercato del lavoro, e per la rabbia di vedere questa crescita enorme di ricchezza.
In realtà un cambiamento è ben difficile per più ampie ragioni, e cioè, come più volte ho detto, per il fatto che il sistema economico occidentale è fragile rispetto a qualsiasi cambiamento che possa far decrescere rapidamente il valore di queste aziende e dell’intero mercato dei beni d’investimento, in quanto ciò creerebbe una crisi non dissimile da quella del 2007, con una conseguente enorme recessione. La crescita del valore dei beni di investimento è diventata per l’economia occidentale una forma di cui non ci riusciamo a liberare, poiché porterebbe a una crisi drammatica, e quindi siamo inchiodati in una situazione che da un lato presenta problemi, ma la cui uscita sarebbe estremamente difficile e dolorosa.
Quindi la mia previsione è che continueranno dei dibattiti sostanzialmente inutili: l’Europa continuerà a parlare del rapporto Draghi di maggiore integrazione, e di copiare il modello americano senza averne neppure capito i suoi limiti, ma soprattutto senza aver fatto i conti con la propria diversità; mentre negli Stati Uniti non si intravedono le condizioni affinché possa diminuire il potere e l’influenza delle grandi aziende tecnologiche e di un mercato finanziario potentissimo, che così che trova la sua giustificazione nell’estrema dolorosa difficoltà per ogni cambiamento.
Ovviamente segue la domanda: “Quale sarà il futuro?” e mi permetto qui di fare una previsione, e cioè che il futuro lo plasmerà la Cina. Proprio per l’utilizzo diverso del capitale, quel paese fa piano piano erodere la gran parte del sistema manifatturiero occidentale, ed anche gradualmente di tutti gli altri settori che non abbiano una pura base locale. I loro investimenti di lungo periodo senza una ricerca immediata del profitto permettono di sviluppare soluzioni più economiche che si sposano con una capacità tecnologica che ormai non è inferiore a quella statunitense. I primi segni si vedono già anche nell’intelligenza artificiale, dove alcune aziende cinesi hanno sviluppato dei modelli con una qualità non lontana dai giganti americani del settore, ma che offrono a prezzi estremamente più contenuti.
Molti dei compiti che le aziende intendono automatizzare sono semplici e ripetitivi, e quindi queste soluzioni cinesi sono ugualmente affidabili e assai meno costose. Mi azzardo quindi a fare questa previsione in cui vedremo un graduale declino di tutto il mondo occidentale, che comporterà anche una riduzione della nostra ricchezza, poiché molte delle nostre aziende varranno sempre meno, ed anche una parte dei nostri beni immobiliari vedrà scendere il valore, proprio per la combinazione di minor ricchezza (quindi minor domanda) e di calo demografico.
Preciso che non ho alcuna simpatia per la modalità di vita e di regole del regime cinese, ma dobbiamo riconoscerne una grande lungimiranza nella capacità di combinare capacità imprenditoriale privata con un controllo pubblico, ma soprattutto nell’uso del capitale guardando al lungo periodo e accettando ritorni bassi e pazienti, come ho spiegato nel precedente post. Anche la Cina deve affrontare problemi complessi, sia sociali, sia politici, ma l’assenza di questa dipendenza dal ritorno estremo del capitale la rende più flessibile nel superarli.
E, se questo avverrà, sarà una sconfitta collettiva del mondo occidentale in cui tutti ci assolveremo. In fondo dopo il predominio inglese del diciannovesimo secolo e quello statunitense nel ventesimo, perché dovrebbe sorprenderci questo esito, giacché la storia ci ha più volte dimostrato che è più facile ascendere al successo che gestirlo.
BUONA ESTATE A TUTTI!


Gentile Luciano, chiarissima rappresentazione e condivisibili osservazioni, anche parecchio franche.
Le teorizzazioni presentate sono probabilmente fumo utile ad annebbiare la tentazione di interventi regolamentari e fiscali temuti. Infondo la situazone in cui si e' e' stata voluta passando dal totem "la concorrenza e' una tutela dovuto per lo sviluppo" al totem "too big too fail" quindi benvenute tutte le concetrazioni possibili. Giustamente, come dici, oggi lo strapotere del capitale e' tale da poter determinare dove spostare la ricchezza arbitrariamente. Credo che i fautori di questo modello di gigantismo siano stati un po' sorpresi dalla facilita' e rapidita' con la quale si e' giunti a questo punto quasi senza opposizione. Forse una soluzione meno dolorosa rispetto a interventi traumatici potrebbe essere un "rewind" di quando concesso. Cerco di spiegarmi. Se qualcuno ad un certo punto dicesse ... "ok too big too fail, ma cosi' e' troppo" e progettasse un progressivo ritorno al totem della concorrenza, un "cap" alle dimensioni, un frazionamento del capitale, maggiori ostavoli alle concentrazioni, una cultura "orientale" (cinesi come i giapponesi) im merito alla tensione del profitto di breve, ...e quant'altro puo' essere utile, forse si puo' rientrare dal paradosso senza svalutazioni repentine degli asset (che hanno un cap naturale, piu' gli immobili che i mobili) e consentendo un riequilibrio di redditi e patrimoni, la ricreazione di una classe media, insomma un quadro migliore. In fondo e' gia' stato fatto dai giapponesi dalla bolla del 1991 e sono tornati ad una situazione che oggi mi pare invidiabile, anche perche' ho molti studenti che avendolo provato, sono entusiasti del modello giap (che non potendo essere per la qualita' del clima ... e' perche' funziona) e tendono ad andarci e rimanere (mentre quelli che vanno in Cina tendono a tornare). Ora ho semplificato molto, ma credo sia possibile e possa essere se non una soluzione, una via per "sbloccare" il tunnel in cui ci si e' infilati. Del resto tu stesso hai illustrato che "andando avanti ci si fa male", ma che uscendo bruscamente "ci si fa male" : in questo quadro forse un "rewind" puo' riportare il quadro a condizioni gestibili con un maggior numero di opzioni. Certo, bisogna "capire" che proseguire non si puo' senza incorrere in un quadro sociale preoccupante, e "volere" applicare una possibile soluzione, che non puo' essere "il reddito universale" (che comunque per molti sarebbe sempre insufficiente e non garantirebbe continuita' ai consumi. Anche perche' l'Europa e la UE in particolare fino ad oggi ha dimostrato di non essere all'altezza della situazione e di non aver capito di essere il vaso di coccio, continuando a credere che i risolini accondiscendenti e le strette di mano funzionali siano qualcosa di concreto. Comunque grasie per i contributi che hai circolarizzato. Luca