Vi è un vero dato significativo della recente elezione regionale in Sassonia che ha portato al successo l’AFD. Nelle precedenti elezioni regionali la partecipazione al voto non ha mai superato il 60%, mentre questa volta è stata di oltre l’80%: questo vuol dire che i populisti hanno riportato al voto un’enorme quantità di persone e ne hanno intercettato il malessere. È interessante notare che anche nelle due ultime elezioni americane la presenza di Trump ha fatto crescere la partecipazione al voto; e, infine, può essere significativo il fatto che il nuovo partito di Vannacci stia suscitando indicazioni di voto molto superiori alla diminuzione del voto della Lega, e in generale del centrodestra.
Tutto questo sta a indicare che dobbiamo interrogarci più seriamente sul “non voto”, che invece è sempre stato oggetto di una retorica legata all’auspicio della capacità - non si sa quale - di riportare queste persone a votare e ridare loro fiducia nella democrazia.
Si sta invece evidenziando sempre più l’ipotesi - che andrebbe indagata con grande attenzione - che una parte importante del “non voto” abbia queste caratteristiche:
· convinzione che il risultato delle elezioni non avrebbe mutato le loro condizioni economiche e sociali: ciò trova conforto nel fatto - come ho più volte scritto - che non vi sia nel mondo occidentale una proposta politica che possa modificare l’attuale struttura economico-sociale. Questo vincolo nasce sia dalla situazione tecnologica, sia dalla competizione internazionale dei paesi emergenti (e principalmente della Cina) sia - infine - per l’estrema resistenza legata alle posizioni di rendita di molti strati sociali e gruppi di influenza. Quindi, la convinzione di questo gruppo di “non elettori” che non ci siano risposte per il loro disagio è corretta e viene sempre più rinforzata dal fatto che le promesse elettorali vengono regolarmente smentite
· una conseguente enorme sfiducia negli attuali partiti politici liberal-democratici, sia di destra sia di sinistra, ma anche nelle cosiddette élite culturali e soprattutto nel tipo di dibattito pubblico, che appare a queste persone lontano, e soprattutto inefficace
· questa situazione fa chiudere queste persone in se stesse, e quindi le spinge a ricercare protezione, ma anche i colpevoli, in due grandi aree (l’immigrazione e la sicurezza), che effettivamente sono state sino ad ora totalmente tralasciate nelle politiche pubbliche; anzi, non si sono mai prese seriamente in considerazione le tematiche che questi due eventi complessi, in particolare l’immigrazione, generano nella società
Dunque, la domanda è quale sia la composizione di questo gruppo di persone, che generalmente non votano e che improvvisamente hanno trovato una loro bandiera nei partiti populisti di estrema destra (in minima parte anche in quelli di sinistra). Non ci sono statistiche chiare, ma tutte le ricerche, sia negli Stati Uniti sia in Europa, indicano che sono persone di ceto sociale e culturale medio basso che vivono prevalentemente al di fuori delle grandi città. Come ho scritto in passato, queste persone si sentono escluse dal mondo economico e culturale internazionale, mentre hanno ancora una identità legata alla propria comunità e alla propria tradizione. Inoltre, queste persone vivono soprattutto in aree dove le opportunità economiche e di crescita sociale sono assai limitate.
L’elemento grave è che non vi sia consapevolezza di questa situazione, anche ora che i numeri cominciano a trasformarla in una certezza. O meglio: forse c’è una comprensione razionale, ma la differenza culturale e sociale tra questi due blocchi nella società è così forte che davvero non riescono più a parlarsi, e questo quadro è reso ancora più difficile dal fatto che questi gruppi di delusi stanno sempre più abbracciando tesi complottistiche e revisioniste del passato e in larga parte false, ampliando questo solco.
Tale incomprensione porta ad azioni sbagliate, perché le proposte che vengono fatte - ad esempio in relazione ad un aumento dell’integrazione europea - sono percepite, purtroppo con un certo fondamento, come una strada non percorribile, o che non darà a loro beneficio. Come ha notato Anton Jäger nel suo saggio di grande successo “Hyperpolitics: Extreme Politicization Without Political Consequences” la politica pervade i media (ogni sera in Italia vi sono uno o più talk show politici sui vari canali) ed entra anche nelle scelte tecniche (come nel caso delle energie rinnovabili o dei vaccini), ma poi nulla succede.
CHE FARE?
Non ho soluzioni, anche se cercherò in un prossimo post di indicare alcune idee, senza - purtroppo - avere nessuna certezza. L’unica mia sicurezza è che più le élite politiche e culturali continueranno su questa strada, maggiore sarà la probabilità che i partiti populisti raccolgano maggior consenso. Dopo il risultato della Sassonia, sia il Presidente del Consiglio tedesco, sia altri eminenti politici hanno detto che bisogna prendere atto della lezione e che bisogna cambiare, ma la verità è che sono solo parole perché non hanno (o forse bisognerebbe dire “non abbiamo”) la capacità di comprendere la situazione, e di cambiare conseguentemente il registro di pensiero e la parola pubblica. Tra l’altro non si stanno (o forse è meglio dire “non ci stiamo”) accorgendo che, ogni volta che riconosciamo che alcuni degli argomenti dei populisti hanno un po’ di fondamento, stiamo portando acqua al loro mulino, perché stiamo dimostrando di non essere stati nel giusto prima, e di copiare ora.
Siamo nelle sabbie mobili, perché più ci agitiamo (male purtroppo), più affondiamo.
PS: Nei giorni scorsi a Dover, alcune centinaia di persone totalmente mascherate hanno bloccato il porto come protesta anti immigrati. La Polizia non ha fatto nulla, se non attendere che se andassero senza identificarli. L’AFD in Sassonia vuole affiancare ronde di cittadini alla polizia per “aiutarla” nel suo lavoro.
Io credo che sia il segnale che si vuole minare la base di uno stato liberal democratico e che - per paura - le autorità di livello superiore non hanno il coraggio di dirlo e di agire. Tutto questo si aggiunge alla “nostra” incapacità di affrontare la complessità che abbiamo davanti.



Grazie Luciano, lucido come sempre.
A mio modo di vedere, la profondissima crisi politica e sociale in cui siamo immersi ha fondamentalmente tre fattori, uno conseguenza dell'altro:
1 - L'isolamento sociale dovuto in ultima analisi alla vittoria totale del mercato che ha finito per erodere tutti i corpi intermedi (partiti, sindacati, club, parrocchie...) e le barriere protettive (confini di varia natura) al fine di avere più consumatori/produttori possibile, producendo una società affluente ma profondamente angosciata;
2 - I social media e i media in generale, che hanno creato contesti intenzionalmente progettati per erodere la qualità del dibattito pubblico vedendosi esclusivamente come imprese alla ricerca del profitto e smettendo qualsiasi anche velata pretesa di eticità, creando una guerra per l'attenzione;
3 - Il fallimento delle élite, che hanno scambiato la leadership per il management. Il leader deve fare due cose: rischiare e dare speranza. Chi oggi ha capitale economico, politico, sociale non rischia nulla e propone solo al massimo una gestione ordinata dell'esistente (lo slogan di AfD in Sassonia è stato "Tutto è possibile"; quello di Schlein/Calenda/Merz etc qual è?).
In questa situazione, qualsiasi soluzione che sia o appaia come un tecnicismo o una minestra riscaldata fallirà miseramente. E non possiamo permettercelo.
Un posto disperato vota da disperati. Inutile urlare al nazista che arriva se chi governa da 25 anni è un totale incapace.