7 Commenti
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Avatar di Marco Faita

Luciano, seguo questa trilogia dal primo pezzo, e voglio dirti una cosa che nei dibattiti non si usa dire: in tre post la tua posizione si è mossa, e in una direzione precisa.

Nel primo il quadro era "fuori dal controllo" dei governi: una forza anonima, quasi un destino. Nel secondo è comparso il meccanismo: i risparmiatori cuciti al sistema dai loro stessi fondi, la contraddizione che inchioda.

In questo terzo hai fatto il passo che pochi fanno: hai dato un nome al soggetto dell'inerzia. I detentori del capitale come "i veri conservatori dello status quo, indipendentemente dagli orientamenti politici". E hai chiamato la ricchezza occidentale una bolla che cresce su sé stessa, un salvadanaio per addolcire la decadenza. Questa non è più la descrizione di un destino: è la descrizione di un presidio.

E qui il tuo testo dice una cosa che la tua conclusione non raccoglie ancora. Scrivi che il quadro "sfugge ormai al controllo" degli Stati, e poche righe dopo che serve "permettere agli Stati di modificare regole e incentivi".

Ma se serve un permesso, il potere di modificare esiste: ciò che manca è il permesso. E chi lo nega lo hai appena nominato tu. Un quadro presidiato da un interesse organizzato non "sfugge": è sotto veto.

Nominare il veto cambia la terapia. La battaglia culturale che proponi serve, ma da sola non basta: le "resistenze" di cui parli non sono un equivoco da chiarire, sono interessi, e gli interessi possono resistere alla migliore delle argomentazioni. Un veto cade quando diventa costoso: quando esiste un soggetto organizzato che ha interesse materiale e forza per pretendere un altro uso della ricchezza.

I dati che citi lo suggeriscono: dove le aspettative di ritorno sul capitale sono più basse, non è perché lì siano più consapevoli, è perché l'architettura istituzionale è diversa. Il ritorno elevato non è una legge del capitale: è una scelta, difesa da chi ne beneficia. E le scelte si cambiano, se qualcuno ha la forza di cambiarle.

Tre post fa la tua domanda era: come rendere consapevoli. Il tuo stesso percorso oggi ne apre un'altra: chi ha interesse a rompere il veto, e cosa lo costituisce in soggetto capace di farlo? Quelli che il tuo grafico mostra esclusi dalla crescita del reddito non sono lo sfondo del problema: sono il soggetto possibile della soluzione, se qualcosa li organizza. La coscienza c'è già, l'hai scritto tu: si chiama rabbia. Manca il resto.

Su questa domanda, il tuo percorso e il mio si incontrano. Mi interessa dove porterà il quarto post.

Avatar di Luciano Balbo

Tutto ok, ma è forse ora che anche tu ti cimenti sul come fare, e non solo chiederlo agli altri

Avatar di Marco Faita

Giusto, Luciano. È la domanda a cui si risponde una volta sola, e con i fatti. La raccolgo.

Due precisazioni, prima. Mi cimento già, nel mio perimetro: faccio l'imprenditore, e i principi di cui scrivo stanno dentro cose che esistono. I miei clienti ricevono gli strumenti per trattare da pari, con me per primo; con i fornitori regole scritte insieme a chi le vive. Piccolo, concreto, verificabile.

Sul soggetto più grande, quello di cui parliamo da tre post, la risposta onesta è che il cantiere non è ancora avviato. È progettato, e il progetto ha un vincolo che non è un dettaglio. Non può essere l'opera di uno solo. Un soggetto che si costituisce non riceve il piano già scritto da qualcuno: le regole e l'architettura le costruisce insieme, oppure non è.

Quindi il "come fare" che posso mostrare non è un piano finito. È un primo tratto: piccolo, replicabile senza di me, con le regole scritte da chi lo vive. Su questo mi impegno qui, in pubblico. Sarà una cosa che si può vedere, non un altro post.

E ti faccio la domanda speculare alla tua: tu il capitale paziente lo conosci meglio di chiunque in questo Paese. Un primo tratto così, chi lo finanzia senza volerne il comando? Se il come fare interessa davvero a entrambi, il cantiere è più serio del dibattito. Io ci sto.

Avatar di Luciano Balbo

Ovviamete non sto parlando dei singoli impegni personali, ma di una "teoria del cambiamento". La mia espereinza personale mi diec che non ci sono capitali pazienti o sono minimi.

se vogliamo abbassare il costo del capitale ci vogliono "regole"

Avatar di Marco Faita

Luciano, hai detto la cosa più importante della conversazione: il capitale paziente, per esperienza tua diretta, quasi non esiste. La prendo sul serio, perché viene da chi quel campo lo conosce dall'interno. E ti seguo sulle regole: servono.

Ma le regole non si scrivono da sole. Se il capitale paziente non c'è, chi ha interesse a scrivere regole che abbassano il costo del capitale? Non il capitale impaziente, che di quel costo vive. Resta chi il costo lo paga. E quello, oggi, non è un soggetto: è una somma di dispersi.

Per questo i "singoli impegni personali" non sono l'aneddoto a lato della teoria. Una teoria del cambiamento, per come la intendo, regge su tre pezzi: diagnosi, soggetto, leva. La tua diagnosi è la migliore in circolazione. La leva la nomini: le regole. Il soggetto manca, e lo dici tu stesso ogni volta che usi il condizionale.

Il cantiere di cui parlo non è la mia biografia: è il tentativo, dichiarato come tale, di costruire il pezzo mancante. Piccolo, perché i soggetti nascono piccoli. Replicabile, perché è la replica che fa la scala: Rochdale erano ventotto tessitori, e quella cosa lì è diventata la base dei principi cooperativi nel mondo.

Quindi la domanda torna, e non è retorica: la tua teoria del cambiamento, chi la porta? Se la risposta onesta è "nessuno, per ora", allora il come fare non è il dettaglio personale della discussione. È l'unica cosa che le manca per essere una teoria del cambiamento.

Avatar di Riccardo Maggiolo

Grazie Luciano, ottimo come sempre. Sarebbe anche interessante leggere la tua opinione sulla proposta di partecipazione statale nell'azionariato delle big tech, proposta inizialmente da Sanders ma che ha riscontrato aperture inaspettate.

Avatar di Luciano Balbo

Grazie, ne parlerò’ nel prossimo post