Questo post di Balbo, mi sembra più ambizioso del precedente, e per molti aspetti più onesto. La diagnosi di esaurimento del ciclo neoliberista è netta. "Il mondo nato negli anni '80 è finito" è un'affermazione forte, e l'analogia con la crisi del compromesso socialdemocratico di fine anni '70 è storiograficamente solida. Sono d'accordo che la difesa formale della democrazia non basta, e che la frattura tra chi possiede e chi non possiede intraprendenza, cultura, opportunità è la faglia decisiva del nostro tempo.
Ma è proprio sulla teoria del cambiamento che ci dividiamo, e qui la divisione è strutturale.
Tu chiami "alle armi" il mondo culturale liberal. Citi Hayek come modello: il pensatore solitario che, dall'esilio accademico, riprogramma il software ideologico delle classi dirigenti. Proponi una battaglia culturale che crei consapevolezza, e una riforma strutturale dello Stato che separi regolazione ed erogazione. È una posizione coerente, ed è la posizione classica del riformismo illuminista: un'élite consapevole sensibilizza, costruisce consenso, e poi la società cambia.
Il problema è che questa è esattamente la teoria del cambiamento che il neoliberismo, nelle sue versioni progressiste, ha incarnato per quarant'anni senza fermarne le derive. Se la sensibilizzazione delle élite avesse funzionato, non saremmo qui.
Citi Mancur Olson sui gruppi di rendita. Non citi Elinor Ostrom, che proprio sui beni comuni ha vinto il Nobel mostrando l'opposto: che le comunità possono auto-governarsi cooperativamente senza Stato gerarchico né mercato. L'assenza di Ostrom in un post sulla crisi del neoliberismo non è una svista bibliografica, è la firma del paradigma. Il tuo cittadino resta destinatario di politiche meglio congegnate. Non è mai soggetto progettuale del proprio lavoro, della propria comunità, della propria vita.
L'alternativa al neoliberismo non è un riformismo regolatorio più intelligente. È un'altra antropologia: persone come sistemi autopoietici che, dotate di capability adeguate (Sen, Nussbaum), riconosciute nella loro dignità (Honneth, Fraser), abilitate a co-decidere (Ostrom), costruiscono dal basso le istituzioni del proprio fiorire.
Non serve una nuova chiamata alle armi delle élite. Serve smettere di pensare che il cambiamento parta da lì.
Questo post di Balbo, mi sembra più ambizioso del precedente, e per molti aspetti più onesto. La diagnosi di esaurimento del ciclo neoliberista è netta. "Il mondo nato negli anni '80 è finito" è un'affermazione forte, e l'analogia con la crisi del compromesso socialdemocratico di fine anni '70 è storiograficamente solida. Sono d'accordo che la difesa formale della democrazia non basta, e che la frattura tra chi possiede e chi non possiede intraprendenza, cultura, opportunità è la faglia decisiva del nostro tempo.
Ma è proprio sulla teoria del cambiamento che ci dividiamo, e qui la divisione è strutturale.
Tu chiami "alle armi" il mondo culturale liberal. Citi Hayek come modello: il pensatore solitario che, dall'esilio accademico, riprogramma il software ideologico delle classi dirigenti. Proponi una battaglia culturale che crei consapevolezza, e una riforma strutturale dello Stato che separi regolazione ed erogazione. È una posizione coerente, ed è la posizione classica del riformismo illuminista: un'élite consapevole sensibilizza, costruisce consenso, e poi la società cambia.
Il problema è che questa è esattamente la teoria del cambiamento che il neoliberismo, nelle sue versioni progressiste, ha incarnato per quarant'anni senza fermarne le derive. Se la sensibilizzazione delle élite avesse funzionato, non saremmo qui.
Citi Mancur Olson sui gruppi di rendita. Non citi Elinor Ostrom, che proprio sui beni comuni ha vinto il Nobel mostrando l'opposto: che le comunità possono auto-governarsi cooperativamente senza Stato gerarchico né mercato. L'assenza di Ostrom in un post sulla crisi del neoliberismo non è una svista bibliografica, è la firma del paradigma. Il tuo cittadino resta destinatario di politiche meglio congegnate. Non è mai soggetto progettuale del proprio lavoro, della propria comunità, della propria vita.
L'alternativa al neoliberismo non è un riformismo regolatorio più intelligente. È un'altra antropologia: persone come sistemi autopoietici che, dotate di capability adeguate (Sen, Nussbaum), riconosciute nella loro dignità (Honneth, Fraser), abilitate a co-decidere (Ostrom), costruiscono dal basso le istituzioni del proprio fiorire.
Non serve una nuova chiamata alle armi delle élite. Serve smettere di pensare che il cambiamento parta da lì.