LA CRISI DEL “MONDO” LIBERAL DEMOCRATICO
L’incomprensione che è finito un mondo
I partiti politici liberal democratici sono ormai in crisi in tutto il mondo occidentale: quelli di centro destra sono stati totalmente “annientati” da quelli populisti, e, come negli Stati Uniti, in Francia, in Gran Bretagna, in Italia, ed anche in Germania e in Spagna, soffrono la crescente pressione dei nuovi partiti alla loro destra. Quelli di centro sinistra sono sulla difensiva: attaccano le politiche populiste, talvolta ne colgono le ragioni di fondo, ma non riescono a formulare proposte che conquistino consenso al di fuori della propria cerchia elettorale.
Tuttavia, la difficoltà politica dei liberal democratici è soprattutto una crisi di idee e di incomprensione di ciò che è successo, e va ben oltre la politica, bensì riguarda la crisi dell’intera riflessione culturale di questo blocco della società. Tutto il mondo culturale e mediatico di quest’area di pensiero continua ad interrogarsi sulle ragioni della rapida ed enorme crescita della destra populista; le varie analisi tendono ad individuare un’area prevalente: che talvolta è di tipo economico; mentre altre volte è legata ai temi dell’immigrazione; o infine è causata dalle nuove tecnologie, le quali hanno rotto ogni tipo di intermediazione politica. L’altra area di attenzione è evidentemente il cambio geopolitico, ma la riflessione è sempre difensiva, piena di comprensibili critiche alle novità che si sono palesate, però senza vere proposte concrete.
Tutto questo è imputabile al fatto che manca una chiara e semplice riflessione: il mondo nato agli inizi degli anni ‘80 con il pensiero neoliberista è finito.
Quanto sta accadendo ora mi ricorda quanto è avvenuto rapidamente alla fine degli anni ’70, e che solo chi oggi è anziano ha vissuto direttamente.
Con il New Deal di Roosevelt negli Stati Uniti e con il simile modello europeo dell’economia mista di mercato nel Secondo Dopoguerra, si era affermato un mondo onnicomprensivo di politiche economiche, di idee e di società: cioè - in una sintesi un po’ sommaria - un’economia capitalista, ma fortemente soggetta alle regole pubbliche, soprattutto per quanto riguardava l’equilibrio sociale tra capitale e lavoro nel quale lo Stato era molto presente, limitando in parte la libertà di attività economica, e a volte anche personale, ma favorendo una fortissima redistribuzione attraverso il welfare. Cioè una società in cui prevalevano i blocchi sociali rispetto all’individualità, e quindi con un senso di appartenenza e di solidarietà rispetto alle comunità in cui si viveva e alle persone che appartenevano alla medesima classe sociale. Questo sistema ha avuto un enorme successo, poiché, per una serie anche di condizioni esterne, ha permesso un miglioramento delle condizioni economiche e sociali di quasi tutte le persone come mai si era visto nel mondo occidentale. Certo vi erano conflitti sociali, soprattutto in Europa, anche molto forti, ma la maggioranza delle persone lottava per avere qualcosa di più, non per uscire da un sistema che al contrario appariva a tutti come un’opportunità. Poi, quasi improvvisamente, questo modello è entrato in crisi, partendo da alcuni elementi economici e cioè dalla crescita inflazionistica - in parte indotta dalla crisi petrolifera - e dall’accentuarsi di un conflitto sociale che stava bloccando lo sviluppo economico. Tuttavia, era anche una crisi più ampia, vale a dire il desiderio dello sviluppo dell’individualità rispetto al conformismo dei gruppi sociali, e quindi l’insofferenza per le regole legislative e di costume, e il desiderio, in una società più ricca, di affermare se stessi attraverso la libertà dei consumi e il successo individuale. In pochi anni, dopo il quasi sorprendente successo elettorale della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan gli Stati Uniti, tutto il mondo occidentale, anche i partiti di centro sinistra, hanno abbracciato questa visione e quindi siamo entrati collettivamente in questo nuovo mondo, che oggi chiamiamo il Neoliberismo. Ripensando a quel periodo, credo che il cambiamento sia avvenuto proprio perché è venuta a mancare una convinzione collettiva che il mondo precedente fosse condiviso. Il grande successo dei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale avevano portato le persone a scegliere (come aveva ben capito il primo grande analista della globalizzazione, Ulrick Beck) la libertà individuale e l’opportunità di successo – con l’inerente rischio - rispetto ad una protezione e a delle regole che avevano molto aiutato, ma che cominciavano ad essere percepite come una gabbia. Il cambiamento aveva avuto vari inneschi, ma la verità è che quel mondo aveva perso attrazione per la maggioranza dei cittadini del mondo occidentale.
Il mondo successivo ha avuto altrettanto successo, soprattutto se lo esaminiamo a livello globale: in particolare l’enorme crescita economica di molti paesi poveri, e soprattutto di quelli asiatici che hanno nella Cina il suo caso emblematico, con il risultato di togliere dalla povertà alcuni miliardi di persone. Però anche il mondo occidentale se ne è giovato attraverso una eccezionale spinta all’innovazione, che la libertà di movimento dei capitali ha permesso, e ad alcuni decenni quasi senza inflazione, proprio per la possibilità di importare beni a basso costo dai paesi emergenti. Ed è stato anche un successo culturale in una società nella quale è prevalsa la libertà individuale, lo sviluppo dei diritti personali e l’accettazione della diversità. Il tutto favorito dalla grande innovazione dei sistemi comunicativi, che hanno certamente aiutato a dare spazio all’individualità di ciascuno e a moltiplicare le interazioni.
Poi, come per tutti i modelli, sono gradualmente emersi i problemi:
La prevalenza del capitale su ogni altro fattore produttivo e sociale, che ha reso molti lavoratori una “commodity”
La finanziarizzazione, che ha gonfiato il valore dei beni di investimento e quindi ha creato posizioni di rendita a favore di chi già possedeva tali beni, ed ha di conseguenza aumentato la disuguaglianza patrimoniale
La nascita di aziende enormi con un immenso potere economico e tecnologico, favorendo una situazione che è esattamente l’opposto di quella che il primo grande pensatore del Neoliberismo, Hayeck, aveva prefigurato
Il trasformarsi della Cina da fabbrica a basso costo dei nostri prodotti di consumo ad un competitore economico e politico a livello mondiale
Una graduale dipendenza dall’immigrazione disponibile a svolgere lavori a basso costo, la quale però si è gradualmente trasformata in un difficile elemento per mantenere la coesione sociale
Ed infine forse l’elemento più sottovalutato, e cioè una nuova divisione della società tra coloro che “possiedono” ricchezza, cultura, intraprendenza personale e che quindi ben si adattano a questa nuova società, e coloro che “non possiedono” queste caratteristiche e che si sentono sempre più esclusi, soli e in fondo un po’ traditi, perché per decenni è stata venduta loro solo il lato positivo di questo nuovo mondo
Come era già successo alla fine degli anni ’70, una parte della popolazione del mondo occidentale ha perso il senso di appartenenza, e cioè non si sente più a proprio agio, né economicamente, né culturalmente, né in termini di future aspettative, rispetto alla società in cui vive. I populisti hanno quindi avuto vita facile nel raccogliere i frutti di questo disagio, e a mettere in luce le responsabilità di chi ha negato, e non affrontato, i problemi che gradualmente sono sorti. La storia del mondo occidentale mostra che di fronte a questo tipo di disaffezione è sempre stata finora la destra estrema a raccogliere il frutto del consenso.
Pertanto, tutto il mondo che non si riconosce nella galassia populista non credo abbia alcuna possibilità di offrire soluzioni per la società, se prima non prende atto di questo:
Il mondo degli ultimi quarant’anni, pur avendo avuto un periodo di grande successo, non ha un futuro, indipendentemente dei populisti, e quindi un atteggiamento di difesa dello status quo non permette di trovare soluzioni migliori né frenerà l’avanzata dei suoi oppositori. In particolare, una pura e semplice difesa degli aspetti formali della democrazia non è d’aiuto, perché essa ha funzionato molto bene grazie all’organizzazione sociale ed economica in cui è fiorita, e la democrazia potrà continuare ad essere efficace ed apprezzata solo con nuovi ed adeguati contenuti.
Il capitalismo è uno strumento molto potente e finora per tanti aspetti insuperato, ma non va confuso con la difesa degli interessi del capitale sopra ogni cosa: vanno evitate tutte le posizioni di rendita e di monopolio. Purtroppo, gli economisti neoclassici ed ortodossi hanno gravemente sottovalutato due aspetti: il processo di finanziarizzazione e gli effetti negativi dell’eccessivo squilibrio commerciale e finanziario. Serve una rivalutazione degli strumenti con cui guardare all’economia, rendendola più integrata con la vita della società e l’interesse collettivo. Per farlo è necessario, come ho già scritto, un ripensamento del rapporto tra Stato e Mercato e una ridefinizione delle regole
Le attuali difficoltà del mondo occidentale sono frutto del nostro successo, che ha generato all’interno della società vari livelli di posizioni di rendita, le quali tendono a costruire blocchi sociali contrari al cambiamento. Inoltre, anche l’organizzazione statale si è burocratizzata, e spesso, invece che rappresentare gli interessi di tutti i cittadini, privilegia quelli di chi la gestisce, e dei lavoratori pubblici. Alcuni studiosi hanno ben messo in luce questo aspetto, ed in particolare Mancur Olson. Pertanto serve una battaglia culturale, la quale crei consapevolezza di questa situazione, per costruire la disponibilità al cambiamento; e il passaggio più importante per realizzarlo è una riforma strutturale dello Stato che separi - come spiegherò in un prossimo post - la funzione di regolatore e innovatore da quella erogativa
La battaglia per un uovo “mondo” non è facile, né ha certezza di risultati: al contrario possiamo temere che avremo davanti anni difficili, confusi e pericolosi, ma proprio per questo occorre un impegno e un coraggio che oggi sta mancando. Non sono un particolare ammiratore del pensiero neoliberista, ma il suo principale fondatore, Hayeck, è un esempio illuminante di come si combatte per le proprie idee, accettando per molti anni di essere bandito dall’università e messo ai margini dal dibattito culturale senza mai demordere, avendo invece un obiettivo di lungo periodo. Il suo è un esempio di come si combatte per costruire un futuro.
Non ho soluzioni, ma nei prossimi post mi permetterò di proporre le tematiche su cui lavorare per tentare di costruire “un nuovo mondo”. Serve una “chiamata alle armi” per uscire dal conformismo che sta oscurando il mondo culturale e politico.


