Il MONDO OCCIDENTALE BLOCCATO E... SCONTENTO
Viaggio attraverso una crescente complessità che facciamo fatica a capire… e ad affrontare
Tutto il mondo occidentale, o meglio il mondo “sviluppato” (includendo quindi anche Giappone e Corea), sta attraversando una profonda crisi, che può essere così riassunta:
· Grande insoddisfazione di una parte importante dei suoi cittadini, che ha portato alle evidenti difficoltà di tutti i partiti liberal-democratici (sia di centro destra sia di centro sinistra) e a una forte crescita dei partiti populisti di estrema destra, e parzialmente in alcuni Paesi, anche di quelli di estrema sinistra.
· Difficoltà a comprendere l’origine di questa diffusa delusione, che viene attribuita a cause diverse, spesso collegate tra loro, ma entro la quale si fa fatica a capire quale sia l’ordine causale fra di loro.
· Tale complessità porta analisti, intellettuali e politici a privilegiare – spesso secondo il loro imprinting culturale e ideologico - una delle chiavi di lettura come la causa principale. Tale processo semplificatorio non pare però offrire ricette credibili e attuabili.
· Inoltre, le proposte politiche ed economiche che vengono avanzate si infrangono di fronte alla riluttanza ad attuarle dei diversi strati sociali, dei politici e delle singole nazioni. Queste ricette, inattuate e inattuabili, incrementano l’insoddisfazione e la disaffezione dei cittadini, creando un percorso circolare che si autoalimenta e che non fa altro che peggiorare la situazione.
Ci troviamo pertanto di fronte a un mix “tossico”, composto sia dalla difficoltà di comprendere la complessità delle situazioni; sia dall’eccessiva semplificazione delle proposte politiche; e, infine, dalla difficoltà di realizzare dei cambiamenti sostanziali nelle società occidentali, a causa delle resistenze interne e dell’ormai sempre più importante presenza del “resto del mondo”, e in particolare della Cina.
Questo post è il primo di una serie, che vuole costituire un viaggio di comprensione del perché si è giunti a questa situazione; e perché è così difficile trovare una strada per affrontarla, visto il malcontento permanente. Quindi, la prima parte del percorso riguarderà l’analisi della situazione e i vincoli che essa pone. Esaminerò poi in un successivo post le ragioni per le quali quasi tutte le soluzioni proposte o non sono risolutive oppure sono inattuabili. Dedicherò infine un breve accenno ad altre strade possibili, sia perché sono consapevole che non è facile trovarle, sia in quanto prima di tutto è essenziale capire perché è difficile individuarle. Solo la consapevolezza della complessità ci può aiutare.
UN PASSO INDIETRO
È indispensabile riassumere brevemente - soprattutto per i più giovani - perché nel trentennio successivo alla Seconda guerra mondiale, il mondo occidentale (e l’Europa più degli Stati Uniti) ha avuto uno sviluppo economico sociale enorme e straordinariamente diffuso.
Queste le cause positive, in estrema sintesi:
· Incremento della produttività della maggior parte delle attività economiche, grazie al processo di industrializzazione e di sviluppo dell’industria manufatturiera, il quale ha permesso di attrarre sempre più lavoratori, togliendoli da un’attività a bassa produttività come l’agricoltura, e di farne crescere i salari, che si sono giovati della crescente automazione, che ha permesso di distribuire i vantaggi di questa maggiore produttività fra capitale e lavoro
· Decrescita dei prezzi dei beni prodotti, proprio grazie all’aumento dei volumi e all’automazione: questo ha permesso lo sviluppo della società dei consumi, e quindi un circolo positivo che ha portato ad alimentare da un lato i consumi, e dall’altro la produzione
· Ridotta concorrenza internazionale, che ha aiutato lo sviluppo di aziende locali e quindi ha consentito di mantenere all’interno prima dei singoli Paesi, e poi comunque dell’Europa, i benefici di questo processo virtuoso
· Sviluppo del welfare e cioè dei sistemi educativi sanitari e pensionistici, grazie all’incremento delle entrate fiscali legate all’aumento dei salari, e del numero totale dei lavoratori
Questo scenario positivo si è interrotto negli anni 70, a causa di un complesso di situazioni che tuttora sono oggetto, da parte degli storici e degli economisti, di un’analisi non facile e che ha molte concause. Le principali sono in primo luogo lo scoppio dell’inflazione, legata allo shock petrolifero e, in secondo luogo, i grandi conflitti sociali tra capitale e lavoro per la distribuzione, appunto dell’incremento di produttività. Certamente, ha anche contribuito la nascita della cosiddetta “civiltà dei consumi”, che ha avviato un processo di individualizzazione e di libertà personale, alla base della svolta culturale ed economica che il Neoliberismo ha portato.
Il periodo successivo - che appunto a partire dagli anni ‘80 va sotto il nome di Neoliberismo - è stato promosso dalla destra, politica e culturale, ma è stato via via accettato da tutti i partiti e dalla grande maggioranza dell’opinione pubblica occidentale. Questo periodo ha segnato certamente la vittoria del capitale sul lavoro, ma anche la vittoria dei cittadini come consumatori, cioè la ricerca sempre crescente di offrire prodotti e servizi a prezzi accessibili, sia attraverso il processo di globalizzazione, che ha trasferito parte dell’attività produttiva in Asia, sia attraverso un contenimento del costo del lavoro.
Il Neoliberismo si è contraddistinto per l’avvio della grande globalizzazione che ha avuto il merito di permettere il gigantesco sviluppo di tutta l’Asia, e della Cina in particolare, e quindi di togliere dalla povertà alcuni miliardi di persone. Il mondo occidentale ha certamente beneficiato in termini di contenimenti del costo di molti prodotti, ma gradualmente questo nuovo sistema ha presentato il conto proprio ad una parte dei cittadini occidentali:
· Chiusure di alcune attività produttive manufatturiere
· Inferiore sviluppo della produttività: poiché il settore dei servizi in cui oggi lavora la maggior parte delle persone ha maggiori difficoltà ad essere automatizzato e quindi la più bassa produttività non consente una crescita dei salari come era stato nel periodo precedente. Questo ha causato un incremento della disuguaglianza reddituale nella società, e soprattutto la delusione delle aspettative, derivanti dal periodo precedente, di un continuo miglioramento delle condizioni economiche
· Avvio di un processo di immigrazione molto consistente per colmare da un lato la caduta demografica locale e dall’altro per ricercare manodopera con costi più bassi. L’immigrazione ha creato quindi processi virtuosi, ma ha anche nel tempo mostrato la difficoltà di integrazione, in particolare delle seconde generazioni
Questa brevissima sintesi, che certamente è molto semplificata, permette però di portarci alle due domande essenziali: perché così tante persone nel mondo occidentale sono scontente? E perché imputano la responsabilità ai partiti liberaldemocratici?
LA CRESCITA ECONOMICA È ANEMICA E LA PRODUTTIVITÀ PURE.
In generale la crescita economica nel mondo occidentale è stata - a partire dagli anni ‘80 -inferiore a quella dei decenni precedenti, proprio perché sono venute a mancare alcune delle condizioni che l’avevano permesso, e in particolare una riduzione del livello degli investimenti e una minor crescita dei consumi. La riduzione degli investimenti è dovuta sia al trasferimento di attività produttive, sia al consolidamento dell’offerta, e cioè al fatto che è in atto un processo di concentrazione nei vari settori, il quale porta le aziende a raggrupparsi, per poter permettere una maggiore efficienza, e quindi una riduzione delle unità produttive, a vantaggio prevalentemente della redditività delle aziende. La minor crescita dei consumi inoltre è legata proprio alla stagnazione dei salari. Infine, le esportazioni hanno smesso di crescere proprio per la grande competizione internazionale. L’ultima carta rimasta era quella dell’incremento dei debiti pubblici, per realizzare investimenti ed effettuare trasferimenti ai cittadini, specialmente attraverso i sistemi pensionistici. l’Italia l’ha usata per prima, e, via via, tutti gli altri Paesi lo hanno fatto, ora anche la Germania. Ma oltre a certi livelli, il debito pubblico non può crescere, e l’Italia è anche qui all’avanguardia nel contenimento della spesa pubblica, per rendere il proprio debito sostenibile. Quindi le persone continuano a sentir parlare di crescita e di promesse di crescita che non si realizzano, ma che soprattutto non hanno alcuna realistica possibilità di avvenire, almeno in Europa (parlerò poi successivamente della differenza americana). La mancata crescita si accoppia al documentato modesto incremento della produttività, e quindi all’impossibilità di trovare spazi per miglioramenti salariali. Il cerchio si chiude, in quanto le aspettative, che per decenni hanno caratterizzato il mondo occidentale, non paiono più realistiche per una larga parte della popolazione, e soprattutto per i giovani. Anche se la situazione economica di gran parte delle famiglie è ancora solida, le aspettative sono un elemento fondamentale e quando vengono deluse creano insoddisfazione, ma soprattutto una ricerca del colpevole, che i partiti populisti hanno facilmente trovato nei partiti tradizionali e nelle loro false promesse.
Inoltre, è errata questa continua attenzione ad una crescita impossibile e al numero di lavoratori attivi, mentre l’ottica dovrebbe essere quella di aumentare la produttività che è l’unico modo per creare uno spazio che possa permettere l’incremento dei salari. Un esempio viene proprio dal caso italiano, che non ha praticamente crescita, mentre il numero dei lavoratori continua ad aumentare. Poiché il totale delle remunerazioni delle persone che lavorano è una percentuale relativamente stabile del PIL, dovremmo chiederci come questo sia possibile. La spiegazione è molto semplice: si stanno riducendo i lavori più qualificati e più remunerati, che sono appunto nelle aziende più grandi e nelle attività più automatizzabili, mentre crescono i lavori nelle piccole aziende e nei settori meno produttivi. Le aziende lo fanno anche al loro interno: le banche, ad esempio, hanno agevolato la pensione di molti dipendenti anziani e con remunerazioni elevate, sostituendoli con giovani assai meno pagati.
Questa attenzione sbagliata porta non solo a promesse che non si realizzano, ma anche ad interventi politici ed economici errati; tutta l’attenzione è infatti al sostegno del PIL. Così, ad esempio, il bonus casa o tutti gli incentivi ai consumi: questi interventi finiscono nel tempo e non lasciano alcun beneficio, mentre l’investimento pubblico dovrebbe andare verso tutte le forme di automazione, le quali generano un incremento di produttività; e a sostegno di quei settori che hanno più competitività internazionale, e che quindi possono permettere di pagare salari migliori. È un errore clamoroso, che collettivamente coinvolge politici, intellettuali e sindacati. Certo gli interventi di questo tipo sono più difficili da attuare, e non danno benefici elettorali a breve, ma sono assolutamente essenziali, ancor più in una nazione che ha una crisi demografica, e dove il nostro problema non è avere più posti di lavoro spesso ricoperti da immigrati mal pagati, ma dare una remunerazione migliore agli italiani e a tutti i residenti.
LA DISUGUAGLIANZA PATRIMONIALE
Il grande successo del trentennio successivo alla Seconda guerra mondiale ha permesso la costruzione di quella che oggi viene chiamata “classe media”, e cioè di famiglie che non solo hanno un reddito discreto derivante dal loro lavoro, e oggi soprattutto da pensioni maturate in un periodo in cui erano più generose, ma anche da un piccolo patrimonio composto da uno o due case e da un po’ di risparmi accumulati. La parte immobiliare è stata acquisita in un momento in cui il prezzo delle case era strettamente legato al loro costo e non era ancora partito un processo di finanziarizzazione che le ha rese, in molte aree, un puro bene di investimento, facendone crescere il prezzo a dismisura. Tutte le analisi mostrano che queste famiglie, grazie a questa riserva patrimoniale, hanno una vita più lunga, più serena, e soprattutto riescono ad aiutare già in vita i figli, permettendo loro di studiare di più e di aiutarli nel loro percorso. Molte di queste persone hanno una visione progressista, soprattutto nel mondo dei diritti civili, ma sono in generale resistenti ad ogni tipo di cambiamento. Per esempio, ritengono ingiusta qualsiasi tassazione sui loro beni patrimoniali, che si sono ampiamente rivalutati senza un loro preciso merito. Ovviamente questo gruppo sociale non ha alcuna colpa, ma di fatto lo pone in netta contrapposizione, sotto l’aspetto sociale ed economico, rispetto all’altra fascia della popolazione, composta prevalentemente da giovani e da famiglie che non hanno potuto costruire questa riserva patrimoniale. È un tema sempre più forte e largamente sottovalutato e che è alla base del successo dei partiti populisti presso un elettorato precedentemente di sinistra. C’è una città che lo esemplifica, ed è San Francisco: da sempre governata da sindaci di sinistra con una tradizione fortissima sul tema dei diritti civili, è anche una delle città con il maggior numero di homeless e dove la divisione sociale è estremamente forte, proprio per una resistenza dei benestanti (tra i quali molti di sinistra) a maggiori costruzioni di case, rispetto alla richiesta di verde e piste ciclabili.
LA DIVISIONE CULTURALE E SOPRATTUTTO… L’IMMIGRAZIONE
In questo mondo totalmente internazionale, e dove i mezzi di comunicazione hanno rotto ogni barriera, le élite culturali, economiche e politiche occidentali hanno proposto negli ultimi decenni una tesi universalistica del mondo e delle identità, anche per giustificare la crescente immigrazione. Questa tesi, che parte da un fondamento etico, in realtà è stata spesso promossa anche per motivi di interesse, e soprattutto perché effettivamente una parte del mondo occidentale oggi si sente più appartenente alle élite economiche e culturali internazionali che al proprio Paese. L’Occidente è stato l’unico a proporre questa strada universalistica, mentre il mondo musulmano, ma anche tutti i Paesi asiatici, hanno fortemente mantenuto l’identità nazionale, e talvolta anche quella razziale, come elemento assoluto di prevalenza. Queste tesi hanno avuto anche maldestre applicazioni pratiche nel tentativo di portare i nostri valori e le nostre democrazie, anche con le armi, negli altri Paesi. Si può discutere a lungo su questo tentativo, che - ripeto - da alcuni è stato anche interpretato secondo principi etici, ma la realtà dei fatti è che non ha funzionato e che tantissime persone del mondo occidentale, e in particolare quelle con livelli culturali ed economici più bassi, non solo non l’hanno condiviso, ma l’hanno interpretato come un tentativo dei loro concittadini di interessarsi più agli altri e ai loro interessi che a quello della collettività nazionale, la quale era stata finora l’unico elemento di riferimento. In questo quadro si inserisce il tema dell’immigrazione, che per tanti versi è stata - ed è - una necessità, ma che certamente non ha avuto una buona gestione, né nella comunicazione, né nella modalità operativa di integrazione. Questo è oggi forse il tema più irrisolvibile, perché ci trova divisi tra una necessità da un lato, e dall’estrema difficoltà dall’altro, di integrare una parte del mondo degli immigrati, e soprattutto i giovani della seconda generazione. In Italia il tema è limitato, perché il peso degli immigrati è relativamente basso, intorno al 10%, ma ad esempio in Francia, e soprattutto nel Regno Unito, il numero di immigrati, inclusa la seconda generazione nata nel Paese, supera ormai il 20% e costituisce un serio problema di integrazione, che è vissuto male particolarmente dalle classi sociali e culturali più deboli. Questo è oggi l’elemento più dirompente nelle società occidentali, e che i partiti populisti stanno usando con continuo successo, per screditare chi ha offerto narrative differenti, e riesce a farlo, talvolta in modo sorprendente, nel nome della tradizione e della religione, evocando strumentalmente un passato identitario che pareva superato.
La dimostrazione che il tema immigratorio è, nei fatti e nella psicologia collettiva, l’arma trainante dei paesi populisti, e uno dei più complessi problemi da risolvere, si evidenzia nel caso dei due Paesi che hanno potuto saputo limitare e controllare meglio l’immigrazione, cioè il Canada e l’Australia, che sono stati finora, almeno parzialmente, immuni da questa avanzata populista.
L’ESPROPRIAZIONE DEL POTERE DEGLI STATI E IL TORMENTONE DELL’EUROPA
Gli Stati hanno perso gran parte della loro capacità di manovra: l’elevato debito pubblico non permette di mantenere un sistema di welfare così efficace come nel passato, soprattutto ora che i bisogni di una popolazione più anziana aumentano. L’iniziativa politica è totalmente lasciata ai mercati finanziari i quali, attraverso i processi di sottoscrizione del debito pubblico, di fatto costituiscono dei “vigilanti” dei comportamenti degli stati stessi. L’Europa è ormai più realista del re, e applica rigorosamente la regola del non intervento pubblico nell’economia, anche ora che persino gli Stati Uniti stanno mostrando maggiore flessibilità su questo punto.
Inoltre, da ormai un ventennio, vi è la consapevolezza che la costruzione europea è un lavoro non finito, che sta mostrando tutti i suoi vincoli, senza permettere l’opportunità di decisioni ad un livello superiore, i quali possano dare più forza all’economia continentale.
Tutta questa situazione e questo senso di impossibilità hanno ormai creato una disaffezione ampia rispetto agli Stati e all’Europa, aumentando il non voto, e anche qui dando sempre più spazio al messaggio populista, che non è una soluzione, ma almeno offre la certezza psicologica di sognare un passato nazionale con identità unica, che è stata certamente la forza del Novecento e al quale tanti cittadini sono ancora comprensibilmente legati. La responsabilità delle élite liberaldemocratiche è stata in questo caso molto grave, perché non si può continuare a promettere o indicare una soluzione che non si è stati capaci di realizzare, e soprattutto di cui non si è compresa fino in fondo l’estrema difficoltà.
IL MONDO IN VIA DI SVILUPPO E SOPRATTUTTO… LA CINA
Vi è ormai un ampio consenso riguardo al fatto che la Cina ha trasformato il suo sviluppo economico in un’arma per affermare il suo potere geopolitico. Lo ha fatto, e lo sta facendo, attraverso ampi sistemi di sussidi a vari settori industriali, con l’obiettivo di dominare i mercati e rendere gli altri Paesi dipendenti nell’approvvigionamento di questi prodotti. Inoltre, sia gli interventi privati, sia quelli pubblici hanno in Cina aspettative di ritorno finanziario basso e lungo nel tempo, permettendo di sostenere costi di ricerche e sviluppo molto elevati, e di assorbire nella fase iniziale delle aziende molte perdite, fino ad arrivare ad una dimensione che le può rendere profittevoli. Gli Stati Uniti, con l’amministrazione Trump, stanno tentando di rispondere attraverso i dazi e alcuni interventi a favore di settori strategici, come per esempio nei semiconduttori (dove il governo americano ha investito in Intel, per permettere di riportare negli USA gran parte della produzione che oggi è a Taiwan). Tuttavia, è difficile che questa politica possa affrontare la minaccia cinese su larga scala. Un recente studio di McKinsey ha indicato che, per ridurre la dipendenza produttiva, gli Stati Uniti dovrebbero investire quasi il 10% del Pil, ma avrebbero comunque difficoltà a farlo per l’assenza di competenze necessarie, e soprattutto perché l’aspettativa di ritorno di questo investimenti sarebbe molto bassa, e i mercati finanziari non paiono disposti ad accettarla.
L’Europa sta soffrendo tantissimo per questa situazione, e non sta per ora utilizzando né lo strumento dei dazi, non avendo la possibilità di sostituire i prodotti importati, né quella dei sussidi, poiché tale strategia potrebbe essere attuata solo a livello europeo e non nazionale. Questo è dunque un ulteriore elemento che porta l’economia europea in una situazione di stallo proprio nei settori che hanno la maggiore potenzialità di crescita per il futuro.
INNOVAZIONE, MONOPOLI E POTERE
L’innovazione tecnologica ha sempre plasmato l’evoluzione dell’umanità, ed è stata lo strumento che ha permesso il progresso economico, sociale e della qualità della vita. Ovviamente in un percorso non facile, con mille contraddizioni, perché le tecnologie cambiano sostanzialmente le relazioni umane e le organizzazioni degli Stati. Le grandi innovazioni sono anche spesso un successo economico, in quanto permettono a chi le ha sviluppate di prendere il predominio in ampi settori di interesse pubblico. La risposta degli Stati, più o meno rapidamente, è sempre stata quella di riuscire a smembrare i monopoli che tali innovazioni avevano creato. È successo così per i trasporti ferroviari; per l’energia elettrica; e più recentemente per le telecomunicazioni. La gran parte dell’innovazione nel secolo passato è arrivata dagli Stati Uniti, che sono il Paese più ricco, e che più ha dedicato capitali e competenze allo sviluppo della scienza e delle tecnologie. Tuttavia, la risposta antimonopolistica negli Stati Uniti è sempre stata abbastanza efficace, permettendo una concorrenza che andasse a favore dei consumatori, ma anche evitando la creazione di aziende troppo ricche e troppo potenti, che potessero influenzare lo Stato e la società civile.
Negli ultimi vent’anni non è stato più così: lo dimostrano i casi di Google, Meta, Amazon ed ora quello di pochi operatori nel mondo dell’intelligenza artificiale. Questo sta avvenendo per una duplice ragione:
· La prima può essere sintetizzata nell’ormai diffuso motto “Winners take all”, e cioè che sono gli stessi consumatori a non volere lo smembramento di questi colossi: Google ha vinto la battaglia contro un colosso come Microsoft, che aveva sviluppato un altro motore di ricerca (Bing), perché il suo prodotto si è rivelato migliore e si è adattato di più alle esigenze dei consumatori. Anche perché essi non pagano il servizio che viene invece finanziato dalla pubblicità. La stessa cosa si può dire per Amazon, che ha una rete distributiva logistica ormai imbattibile nel mondo occidentale e infine anche per Meta, perché lì gli utenti trovano tutti gli utenti che altrove non potrebbero avere, quindi ci troviamo di fronte a dei monopoli diversi che offrono ai consumatori servizi gratuiti, o migliori condizioni, e che riescono a sfruttare questo dominio per creare aziende di immenso valore e rendere i loro fondatori straordinariamente ricchi, e in grado di influenzare non solo l’economia, ma anche gli Stati, affinché creino delle regole del gioco che siano essi favorevoli. Lo stesso discorso si può poi estendere anche ad aziende non così grandi, ma assolutamente leader di settore, come Airbnb e Booking che hanno la capacità di dominare questi mercati, nell’interesse appunto sia dei consumatori, sia dei possessori delle case, e che, proprio per questo, creano una situazione molto divisiva nella società, e riescono quindi a “trovare una sponda” affinché la legislazione tenda a non impedire la loro attività, anche se essa può creare danni collaterali, come ad esempio aumentare la crescita di valore delle case nei centri urbani
· L’altro motivo, in generale sottovalutato nel dibattito pubblico, è la presenza della Cina: per la prima volta gli Stati Uniti hanno un concorrente molto valido nello sviluppo delle tecnologie più avanzate. Tra l’altro queste tecnologie hanno sempre più impatto nel mondo militare, e per la prima volta ci troviamo di fronte al fatto che gli Stati, per la loro sicurezza e quella dei loro cittadini, hanno bisogno di tecnologie sviluppate dal mondo privato. Dunque, lo smembramento di alcuni di questi monopoli, certamente creerebbe una situazione di debolezza rispetto alle tecnologie cinesi, e sta contribuendo, insieme alla regola del “winners take all” a rendere difficile la gestione di queste posizioni monopolistiche. La Cina lo sta affrontando mettendo questi grandi operatori sotto uno stretto controllo politico, mentre gli Stati Uniti paiono andare in una direzione opposta, permettendo a questi grandi colossi, che hanno ricchezze infinite ed enormi capacità di ricerca e sviluppo, di influenzare le regole degli Stati.
In questo nuovo quadro l’Europa ha definitivamente perso ogni ruolo, perché nel passato, grazie allo smembramento di monopoli, i Paesi europei erano riusciti a sviluppare i loro operatori in tutti i settori: dai trasporti all’energia e alle comunicazioni. Oggi non è quasi più possibile recuperare il terreno perduto, e quindi i Paesi europei soffrono di una duplice dipendenza, cioè di non avere industrie simili, che possono dare lavoro e sviluppo, e di dipendere totalmente da tecnologie nate altrove, e che obbligano gli Stati europei ad adeguarsi alle regole che Stati Uniti e Cina definiscono nel rapporto tra queste aziende e gli Stati. Di fatto gli europei sono puramente dei clienti di queste aziende.
EUROPA VERSO STATI UNITI
Proprio questa ultima osservazione è alla base di un titanico dibattito tra i maggiori economisti mondiali, che si è svolto nelle ultime due settimane e che è stato totalmente tralasciato in Italia. La discussione[1] è stata innescata dal premio Nobel Paul Krugman, il quale sostiene che, nonostante il predominio americano nelle nuove tecnologie, la condizione media dei cittadini europei non è affatto peggiorata rispetto a quella degli statunitensi. La discussione, che ha coinvolto appunto almeno quindici notissimi economisti, tra cui altri premi Nobel, ha contenuti tecnici abbastanza sofisticati, perché tiene conto di vari parametri, e cioè la produttività e la crescita economica, messa però in relazione al costo della vita dei singoli Paesi. Molti hanno contestato la posizione di Krugman, contrapponendo diversi sistemi di analisi: il dibattito non è finito, ma alcuni recenti post sembrano portarlo verso almeno un armistizio, nel quale si cerca di contemperare le varie posizioni che provo qui a riassumere:
· La elevata crescita economica che gli Stati Uniti mostrano, unici nel mondo sviluppato, è essenzialmente legata alle aziende delle nuove tecnologie e agli investimenti necessari per sviluppare la loro crescita. L’altro settore che contribuisce a tale sviluppo è quello della sanità, il quale è prevalentemente privato, e continua a vedere un incremento della spesa dei cittadini, soprattutto attraverso le assicurazioni, e i cui costi e prezzi continuano a salire in un quadro parzialmente monopolistico, dominato dagli operatori di private equity.
· Queste due componenti, e in particolare la prima, alimentano non solo la crescita economica, ma anche la creazione di enorme ricchezza, sia per gli investitori, sia per coloro che lavorano in questi settori. Inoltre, creano una riserva di potenza economica nelle mani di queste aziende e dei loro azionisti principali, che influenza direttamente la legislazione americana, ma anche quella degli altri Paesi e i futuri sviluppi tecnologici mondiali, che sempre più dipenderanno dalla direzione che queste aziende prenderanno nella ricerca e sviluppo
· Tuttavia, l’impatto di questa situazione è più limitato sul resto delle attività americane, e quindi anche sul resto dei cittadini statunitensi, e questo li rende abbastanza simili agli europei: cioè entrambi possono fruire di questi nuovi servizi, che però non hanno finora offerto un sostanziale incremento di produttività, e quindi dei salari
· Pertanto, pur nell’incertezza delle analisi, sembra apparire che in Europa, anche a causa di una minor crescita dei prezzi di molti servizi rispetto agli Stati Uniti (principalmente la sanità), la condizione media delle persone non sia peggiorata, rispetto a quella del cittadino medio statunitense
Il dibattito non è ancora chiuso, ma certo segna in modo chiaro che l’Europa è fuori dai giochi del futuro del mondo, ma forse ci stiamo dimenticando che è sempre stato così e che anche nel secondo Dopoguerra le cose non sono andate diversamente semplicemente in quanto siamo stati con ampia tranquillità sotto l’ombrello statunitense.
Questa limitata differenza tra le condizioni di benessere degli europei e degli americani, nonostante l’assoluto predominio tecnologico degli Stati Uniti, può spiegare perché anche al di là dell’oceano le persone sono insoddisfatte e arrabbiate, e continuano a cercare una soluzione che pare non si riesca ad intravedere, e che ci dà il quadro di un mondo occidentale ancora mediamente ricco (anche se sempre più disuguale), ma senza una bussola per il futuro.
Nel prossimo post esaminerò le varie tesi del mondo liberal democratico che stanno tentando di affrontare questa insoddisfazione, mostrando anche il perché non riescono a realizzarsi, e sempre più scontentano gli elettori.
[1] Questi sono alcuni riferimenti relativi al dibattito. Krugman e Delong da un alto contestano contestano l’ipotesi del declino degli standard di vita degli europei, dall’altro Aghion e altri spiegano come la mancata crescita della produttività europea sia un problema nel lungo termine. Il dibattito è ampio e gli interventi, alcuni anche complessi nel loro aspetto tecnico posso essere trovati in rete. Purtroppo la maggioranza dei documenti sono su siti a pagamento
https://substack.com/@paulkrugman/p-197964492

