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Avatar di Marco Faita

EPISODIO-I: Una delle diagnosi più complete che si leggano, te ne do atto: ti seguo su quasi tutto. Ma c'è un punto in cui il testo si smentisce da solo, e vale la pena fermarsi lì.

Nella sezione sui monopoli scrivi, nettamente, che i grandi operatori tecnologici sono "in grado di influenzare gli Stati, affinché creino le regole del gioco a essi favorevoli". Qui un soggetto c'è, un atto c'è, una direzione c'è: qualcuno scrive le regole, e le scrive a proprio vantaggio.

Poche righe dopo intitoli una sezione "L'espropriazione del potere degli Stati", e lì il soggetto svanisce: l'iniziativa è "lasciata ai mercati", gli Stati "hanno perso", l'Europa "ha perso ogni ruolo". Tutto si perde, nessuno toglie.

Ma tu l'espropriatore l'avevi appena nominato. Lo Stato non ha "perso" il potere come si perde un ombrello: lo ha consegnato, e qualcuno ha scritto le regole al posto suo. Lo hai scritto tu, due paragrafi prima.

È la domanda rimasta aperta tra noi: non cosa si è perso, ma chi tiene la penna.

EPISODIO-II: E qui la crepa più profonda, perché la apri tu. Ricordi che per un secolo gli Stati hanno smembrato i monopoli: ferrovie, energia elettrica, telecomunicazioni. Un atto, ripetuto, possibile. Poi dici che oggi non accade più, e lo spieghi con un motto: "winners take all", sono i consumatori stessi a non volere lo smembramento.

Ma un atto compiuto per cent'anni e poi interrotto non diventa una legge di natura: resta un atto abbandonato. "Winners take all" non descrive il mercato, nomina la rinuncia. E i consumatori l'antitrust non l'hanno mai voluto: vogliono il prodotto comodo e gratis. L'antitrust si faceva contro quella comodità, per ragioni di struttura, non di gradimento.

Annunci un post che mostrerà le soluzioni "inattuabili". La tua stessa storia dei monopoli prova il contrario: per un secolo sono state attuabilissime. Non sono diventate impossibili: sono state lasciate cadere da chi sedeva dove si decide.

La parola che ti servirà, nel terzo post, non è "impossibile".

Avatar di Riccardo Maggiolo

Caro Luciano, grazie dell'estesa e comprensiva analisi. Il punto fondamentale però secondo me non è centrato: la produttività non cresce tanto perché non investiamo in strumenti e automazione, ma perché il lavoro si è rarefatto, diventando sempre più inutile e performativo. D'altronde, non si può certo dire che negli ultimi decenni non si sia investito in generale in strumentazione e automazione, eppure la produttività è spesso rimasta stagnante o è cresciuta assai meno rispetto agli investimenti fatti. E' successo perché semplicemente il nostro sistema non può funzionare se non persegue - e in buona parte ottiene - la massima occupazione possibile, per cui anche un lavoro improduttivo e performativo è preferibile a un non-occupato che pure però crea grande valore anche sociale. Questo ha anche prodotto quella rabbia e alienazione che alimenta l'improduttività e il voto di protesta, pur nella generale affluenza. Il punto fondamentale è che non siamo più in un contesto di scarsità ma di abbondanza, e abbiamo bisogno di un nuovo paradigma politico, economico e sociale adatto a questo tempo. La soluzione che propongo credo che tu la conosca già. ;-) Un caro saluto.

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