Mario Draghi, che ormai da alcuni anni agita il dibattito pubblico europeo, ha lanciato una nuova iniziativa, Rhine, per promuovere i temi che gli sono cari e che sono, peraltro, importanti: maggiori investimenti nel settore tecnologico, creazione di un unico mercato finanziario europeo, riduzione di tutti i vincoli burocratici per ridurre i tempi di realizzazione delle opere pubbliche e una maggiore omogenizzazione delle regole dei vari Paesi per permettere che le nuove aziende del mondo dei servizi possano avere rapidamente un mercato più ampio.
Non c’è motivo di essere contrari a questi obiettivi ma, come ho già più volte detto nei miei precedenti post, rendere l’Europa un po’ più simile agli Stati Uniti non ci farebbe certamente male sul piano della geopolitica e dell’indipendenza tecnologica; non risolverebbe però i problemi che sono alla base dell’attuale ampia insoddisfazione del mondo occidentale, e che è in larga parte intercettata dei partiti populisti. Questo perché, come ho spiegato ed è anche emerso nel dibattito estivo tra i principali economisti mondiali, il vantaggio economico e sociale di questa preminenza tecnologica è catturato solo da un numero limitato di persone; di contro, queste tecnologie portano a un incremento della produttività e possono essere utilizzate anche dai Paesi che non hanno aziende nel settore: sul piano economico ciò che conta è la capacità di utilizzare queste innovazioni più che possederle. La controprova di ciò è evidente negli Stati Uniti, dove la polarizzazione politica e culturale è altissima e in più sta crescendo un’avversione, spesso non razionale, verso l’intelligenza artificiale.
Perché questo errore di prospettiva, cioè pensare che uno sviluppo tecnologico e una forte crescita economica concentrata solo in alcuni settori possano essere la chiave di volta per risolvere i problemi europei?
Io credo che una spiegazione possa esserci guardando l’elenco delle persone promotrici di questa iniziativa: professori universitari (anche illustri), giornalisti economici, un gran numero di imprenditori del settore tecnologico. Una cerchia ristretta, quindi, che possiamo davvero chiamare “élite” sociale e culturale, che legge il mondo solo attraverso la propria esperienza personale e usa chiavi di interpretazione economica “super ortodosse”, che essi stessi hanno prodotto. La totale lontananza, personale e psicologica, delle esperienze di vita dei normali cittadini - e ancor di più delle classi sociali economicamente e soprattutto culturalmente meno attrezzate - impedisce di capire i loro problemi.
È quindi un progetto che ha molte probabilità di non essere realizzato, in quanto manca nei proponenti la consapevolezza che l’attuale diffusa sfiducia nel sistema europeo e nelle istituzioni europee è proprio creata da questo atteggiamento, che non tiene conto della necessità di creare un’ipotesi di lavoro che abbia un coinvolgimento e un impatto positivo su gran parte delle persone. Giustamente sostiene il giurista Alberto Alemanno commentando l’iniziativa Rhine: “L’Europa ha un problema politico che non può essere risolto con una soluzione tecnocratica”
In contemporanea sta crescendo un “altro mondo”: domenica prossima si voterà in un piccolo Stato della ex Germania Este e la previsione è un trionfo del partito di estrema destra AFD, che può arrivare quasi alla maggioranza assoluta. In Italia, il partito di Roberto Vannacci continua a crescere nelle intenzioni di voto e in Francia alcuni economisti vicini a Jean-Luc Mélenchon, populista di sinistra, propongono di superare i problemi del deficit pubblico annullando, attraverso la Banca centrale, una parte dei titoli di Stato; una proposta eretica da questo punto di vista e certamente molto controversa, esattamente all’opposto dell’ortodossia economica, ma che può trovare facile consenso perché, almeno sulla carta, permette di non ridurre la spesa sociale
Continuamente giungono indicazioni che questo “secondo mondo” stia sempre più trovando adesione nei ceti sociali più svantaggiati e con meno cultura, ma anche in gruppi di giovani con elevata formazione, ma scontenti delle prospettive di vita che gli si presentano.
Non voglio entrare nel merito dei vari temi e certamente non ho alcuna simpatia per le tesi di Vannacci, ma sempre più emerge che il problema del mondo occidentale è questa polarizzazione, cioè due gruppi sociali e culturali che non si capiscono più, non parlano tra di loro, e soprattutto questa élite economico-culturale che ha perso ogni contatto con la gente comune, non la frequenta, non ne capisce i problemi -giusti o sbagliati che siano- non sa parlare loro e infine, bisogna dirselo, con le sue tesi difende il proprio potere e il proprio interesse economico. Non sto parlando solo delle piccole élite di vertice, ma anche di tutta quella borghesia che vive soprattutto nelle grandi città, e che difende i propri interessi patrimoniali e il proprio stile di vita. Non dico questo mettendo da parte me stesso, sono ben cosciente di appartenere proprio a questo gruppo, e proprio per questo tutte le volte che entro in contatto con “gli altri” ne capisco la grande distanza e comprendo anche che, non solo non si sentono ascoltati, ma che si sentono anche guardati con un certo disdegno.
Ho già discusso nei precedenti post l’errore che una parte del mondo occidentale ha fatto collocandosi in una visione del tutto internazionale, e quindi proponendo soluzioni economiche e stili di vita che li contrappongono a coloro che non possono condividere gli stessi stili e che quindi rimangono ancorati a un’identità più locale e nazionale.
Questa divisione è oggi la vera malattia della nostra società, perché impedisce il dialogo; non riconosce le ragioni dell’altro e dà certamente spazio a molte forme di estremismo che i partiti populisti stanno cavalcando. Qualcuno deve fare un passo avanti per superare questa situazione e cercare di costruire - innanzitutto -un nuovo rapporto di fiducia che possa essere la premessa per una sintesi delle esigenze delle due parti. Concordo totalmente con l’ultimo libro, molto controverso, del premio Nobel Daren Acemoglu, che propone in modo molto emblematico un “liberalismo dei lavoratori”, spiegando come la crisi del liberalismo nasca proprio dall’essersi staccato dagli interessi e dalla cultura di molta parte della popolazione.
Lo possono fare solo le élite per due motivi: innanzitutto per proprio interesse, perché se non lo faranno - anzi se non lo faremo - saremo destinati alla sconfitta politica; poi perché bisogna dimostrare che, dopo aver creato questa distanza, la si può tuttavia colmare, innanzitutto con il dialogo, con la capacità di mettersi in relazione, con il comprendere alcune delle esigenze sia economiche che culturali e delle difficoltà di questa parte della popolazione, spiegando loro dove sbagliano e che non si può essere contro la tecnologia o contro la cultura, ma anche riconoscendo che bisogna usarle nell’interesse collettivo e non solo di una parte.
È un processo difficile ma necessario, al quale mancano le persone che lo sappiano fare, perché è venuta a mancare la comprensione di questa distanza. Vengono prodotte continuamente analisi, il dibattito cresce, e siamo tutti i giorni pervasi da tonnellate di parole: mancano però l’empatia e le prime importanti idee che possano ricomporre questa società.
Manca ciò che io definirei “l’estremismo di centro” e cioè la capacità di fare proposte veramente forti sul piano sociale ed economico, ma con un linguaggio e un’attitudine che riunisca le persone e riapra il dialogo.
Alcuni decenni fa il presidente cinese Mao disse: “C’è molta confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente”. Oggi servono le idee e le persone che davvero trasformino la confusione in opportunità.



ma l'incremento del PIL non si distribuisce piu' un po' verso tutti, come nel periodo d'oro del secondo dopoguerra
In una depressione socio politica che avvelena gli ultimi periodi di vita mi sembra cogliere un barlume di positiva novità: non è il debito che conta ma l’incremento del pil. È banale ma per motivi a me oscuri si è data la caccia allo stragista Cristoforo Colombo anziché preoccuparsi del reddito di Giovanni Bengodi