QUANTO VALIAMO?
Una critica al concetto dominante di meritocrazia
La mia attenzione e i miei post si sono finora principalmente rivolti al tema della finanziarizzazione, e cioè della grande crescita negli ultimi trent’ anni del valore dei beni patrimoniali, dovuta non alla crescita economica, bensì prevalentemente all’enorme domanda di investimento da parte della ricchezza che si è creata nel mondo nel secondo dopoguerra e che si muove liberamente nei vari mercati internazionali.
Questo evento non ha solo prodotto un grande incremento della disuguaglianza patrimoniale e una posizione di rendita per le persone che hanno potuto godere di questo incremento di valore, ma sta avendo un effetto molto più ampio nella società, non solo di tipo economico, ma anche sociale e culturale.
Il mio obiettivo è indagare questi aspetti, che oggi ormai sono in larga parte dati per scontati, e che invece sono anche la causa di alcuni dei problemi della nostra società; della polarizzazione che viviamo continuamente; dello scontento e della difficoltà ad avviare dei cambiamenti, i quali possono essere un miglioramento nella vita della nostra società e nella coesione sociale.
Il primo di questi temi è quello dei criteri di valorizzazione e remunerazione delle persone.
Il mercato del lavoro ha fortemente risentito di quanto è avvenuto attraverso il processo che ha messo il rendimento del capitale al di sopra di ogni altro aspetto. L’effetto più noto ed analizzato è il notevole incremento di divario tra i salari delle persone con maggiori competenze e con ruoli più importanti rispetto ai lavoratori meno professionalizzati. Il lavoro è diventato sotto certi aspetti una commodity, e dove vi è abbondanza di offerta, cioè appunto nella fascia bassa, le remunerazioni non sono aumentate, anzi in alcuni casi sono diminuite, grazie a forme di lavoro e contrattuali molto più flessibili, e più in generale a causa di una riduzione della capacità contrattuale dei lavoratori, e di un indebolimento dei sindacati.
Inoltre è in atto anche un altro processo, molto meno analizzato, e cioè quello di legare la remunerazione alla crescita di valore della società in cui si lavora: si tratta delle cosiddette stock option, cioè una remunerazione aggiuntiva, che è direttamente correlata all’incremento di valore degli azionisti; e questo incentivo, che può essere anche un multiplo del salario, ha il vantaggio di essere, in quasi tutti i Paesi, tassato come guadagno in conto capitale, e quindi meno del reddito da lavoro. Questo fenomeno si è avviato negli anni ‘80 del secolo passato, e all’inizio riguardava solo pochissime persone ai vertici delle società, ma ora si è diffuso sia nel mercato delle aziende quotate, sia, sotto l’influenza del private equity, anche nel mercato privato; ed è infine la norma nel settore finanziario.
È presente anche in altri settori, per esempio nello sport, dove le remunerazioni sono cresciute, perché è aumentato il valore dei diritti televisivi degli eventi sportivi, nei quali gli atleti sono l’elemento di attrazione, e quindi la loro remunerazione è strettamente legata alla crescita del valore dei diritti di quegli eventi, che sono diventati un bene di investimento in cui il settore finanziario opera largamente.
Questo nuovo legame si è ormai esteso e i settori più remunerativi per i capitali sono quelli più disponibili a mantenere remunerazioni elevate rispetto ad altri mercati, anche per lavori intermedi o junior: un esempio su tutti è il settore finanziario, nel quale le remunerazioni sono a tutti i livelli più elevate rispetto a posizioni simili in altri settori.
Altri esempi riguardano le aziende del settore tecnologico, che pure tendono ad offrire remunerazioni elevate a tutti i livelli, e non solo nella fascia più alta. Questo non è sorprendente, in quanto ovviamente i settori più remunerativi hanno più spazio per combinare remunerazioni più elevate e profittabilità dell’azienda. Le società lo fanno anche con l’obiettivo di trattenere queste persone, perché alcune di esse possono avere competenze critiche e importanti, ma in realtà si creano degli standard, e cioè appena un’azienda di un settore profittevole alza le remunerazioni, le altre devono seguire, altrimenti perderebbero alcuni loro dipendenti. Questa situazione si aggiunge al dilatarsi amplissimo del divario salariale tra le posizioni apicali e quelle a più bassa professionalità, il che genera alcuni effetti che stanno avendo un’importante influenza nelle società occidentali:
· I settori più remunerativi riescono ad attrarre le persone migliori, ma anche le persone che provengono da famiglie più agiate, perché oggi la selezione all’entrata in queste industrie è molto forte e richiede lunghi percorsi formativi, e vengono spesso privilegiati quelli fatti in università e in corsi post-laurea privati e costosi
· I settori pubblici, che si caratterizzano per salari più bassi e prospettive di carriera modeste, sono diventati poco attraenti e perciò soffrono di una selezione contraria ma anche del fatto, ancor più grave, che scambiano queste peggiori condizioni con la garanzia del posto di lavoro. Questa situazione contribuisce ad avere dipendenti pubblici poco motivati, senza incentivi e senza percorsi di meritocrazia, creando così un ostacolo all’innovazione e all’efficienza
· Le remunerazioni sono collegate alla vicinanza con gli interessi del mercato dei capitali anche ormai per i lavori qualificati. Un esempio lampante è quello degli operatori della sanità: in Europa, specialmente dove domina totalmente il sistema pubblico, i salari sono bassi ed è sempre più difficili reclutare persone locali, mentre negli Stati Uniti in questo settore tutte le professionalità hanno remunerazioni alte, perché il sistema è totalmente privato, molto costoso, dominato da investitori privati e quindi è un sistema molto caro, il quale discrimina gli utenti sulla base del reddito, ma permette, sia agli investitori, sia a chi vi lavora di beneficiare di condizioni favorevoli
· La differenza economica è diventata non solo sociale, ma anche di valore. Come giustamente dice il filosofo J. Sandel, la nostra non è più solo un’economia di mercato, ma anche una società di mercato, nella quale ogni cosa ed ogni persona sono un oggetto commerciale, e pertanto il “valore di ciascuno” è legato al suo “valore economico”. Poco rilevante è invece la sua funzione nella società, e la dimostrazione di ciò viene da come tutto il mondo degli insegnanti abbia perso ruolo e stima, proprio perché “costa” poco
· Questa nuova scala di valori è stata introiettata dall’intera società: chi è in alto non solo gode dei vantaggi economici, ma ritiene - ed ha costruito una narrativa pubblica per sostenerlo - di meritarsi quel ruolo, grazie agli sforzi che ha fatto per raggiungerlo, dimenticandosi che spesso questi sforzi sono il frutto del vantaggio competitivo della propria famiglia, ed anche talvolta della buona sorte. Chi ha lavorato nel settore finanziario conosce perfettamente questa situazione di hubris che nasce dal desiderio di voler giustificare il proprio vantaggio. Dall’altro lato vi sono coloro che hanno visto scendere il loro ruolo economico e sociale: per esempio gli insegnanti; i lavoratori nel settore manufatturiero; più in generale tutti i lavoratori con contratti precari; ed in particolari giovani che vedono di fronte a sé un futuro difficile. Queste persone sono scontente, e sono la terra di conquista dei partiti populisti, i quali, anche se non hanno una soluzione concreta, possono agevolmente additarne come colpevoli le élite politiche e culturali liberal-democratiche
In realtà non vi è un colpevole, bensì tutto questo è il risultato del sistema neoliberale nato negli anni ’80, che certamente ha avuto tantissimi risultati positivi, soprattutto a livello mondiale, permettendo, attraverso la globalizzazione, un enorme sviluppo economico di molti paesi poveri. Tuttavia, presenta ora il conto degli effetti collaterali, che una parte del mondo occidentale sta pagando, in parte sul piano economico, ma soprattutto sul piano sociale e psicologico per l’assenza di prospettive future di una parte dei suoi cittadini; e perché si sente “minacciato” da tutto: Cina, immigrati, nuove tecnologie. Nessuno ha un piano per risolvere questo disagio, ma i populisti lo sanno intercettare, e la storia ci insegna che un’insoddisfazione diffusa e non risolta è il pericolo maggiore per le democrazie.
Colpevole è il ritardo con cui tutto questo è stato compreso, e anzi ancora da molte élite negato. Giustamente sempre Sandel parla di “trappola della meritocrazia”, spiegando che l’interpretazione di questo termine, che poteva essere adeguata alcuni decenni fa, oggi non lo è più, anche se è certamente giusto volere persone competenti al posto giusto, ma anche tentare di dare a tutti uguali opportunità di sviluppo personale. Nei decenni del Dopoguerra questo obiettivo è stato possibile, almeno in parte, grazie all’enorme crescita economica e al grande bisogno di nuove competenze e nuove professioni che hanno aperto la strada al miglioramento di molta parte del mondo occidentale, ma oggi la disuguaglianza patrimoniale ha creato differenti posizioni di partenza che è difficile correggere, mentre è enormemente cresciuto il bisogno di lavoratori nel mondo dei servizi con remunerazioni basse, spesso anche per lavori che richiedono formazione, come gli insegnanti.
La meritocrazia di cui avremmo bisogno dovrebbe invece essere più legata all’impegno personale, e alla qualità con cui ciascuno fa il proprio lavoro, e meno agli interessi del Mercato. In una società nella quale il valore economico è preponderante ciò vorrebbe dire alzare soprattutto i salari bassi, anche per ridurre il divario del prestigio sociale.
È possibile? È molto difficile dare una risposta, anche perché questo cambiamento implicherebbe da un lato una riduzione della redditività delle aziende, e quindi un nuovo equilibrio fra capitale (e cioè i risparmiatori che lo detengono e lavoro e dall’altro renderebbe alcuni servizi più cari, spostando implicitamente reddito dai salari più alti (che maggiormente consumano quei servizi) ai salari più bassi, i quali, crescendo, permetterebbero un maggior consumo per chi li riceve. Cioè sarebbe una redistribuzione non attraverso la tassazione, ma attraverso un nuovo equilibrio nella formazione del reddito.
Questo può apparire come un impossibile “ritorno al passato”, tanto più che sarebbe difficile applicarlo solo su base nazionale. Tuttavia, in alcuni Paesi (Nord Europa, Canada ed Australia) qualcosa in questo senso è stato fatto e, forse non a caso, qui i partiti populisti hanno una presenza inferiore.
È sconcertante l’assenza di questo tema dal dibattito, che invece pare molto più concentrato su una teorica difesa della democrazia rispetto alle posizioni populiste. Ma il capitalismo può funzionare anche senza la democrazia: lo ha dimostrato nei secoli passati e lo sta ancora dimostrando la Cina. La democrazia, che ha enormi meriti, può essere solo protetta dalla sua capacità di risolvere i problemi, convincendo anche chi, per farlo, deve perdere alcuni vantaggi. E questo è solo possibile attraverso un dibattito aperto e coraggioso, che potrebbe anche aiutarci a modificare come è già successo in passato, il capitalismo, di cui continuiamo ad avere assolutamente bisogno. Abbiamo un esempio da seguire, ed è quello di Hayeck, che ha speso la sua vita - anche subendo discriminazioni per un certo periodo - per portate avanti le sue idee sino al successo. Non le condivido molto, ma apprezzo la sua scelta di vita, e la sua coraggiosa determinazione.
Un simile dibattito non può prescindere dai cambiamenti che le nuove tecnologie stanno dando al mercato del lavoro: esse sono un’opportunità, purché i guadagni di produttività vengano equamente distribuiti tra capitale e lavoro. Questo ci deve ricordare che il tema distributivo non può essere cancellato dal dibattito pubblico, perché, se non lo si affronta direttamente, riemergerà sempre sotto forme che possono essere assai più pericolose e costose.



Condivido l'analisi e in particolare mi riconosco fra coloro che hanno beneficiato del patrimonio familiare per ricevere un'educazione post-laurea che si è rivelata preziosa. Non credo che si debba focalizzare la discussione sull'impatto dell'AI, come è consueto fare oggi, mentre sono persuaso che il problema nasca a monte e che sarebbe davvero auspicabile una remunerazione basata non solo sul contributo al valore aggiunto prodotto (comunque misurato, ovviamente con parametri diversi nel privato e nel pubblico), ma anche sull'impegno profuso.
La diagnosi: dove Balbo ha ragione
La parte analitica del post è solida e ben argomentata. Balbo identifica correttamente diversi fenomeni documentati dalla letteratura:
La finanziarizzazione dell'economia è un tema consolidato. Greta Krippner (Capitalizing on Crisis, 2011) ha mostrato con dati rigorosi come la quota di profitti generati dal settore finanziario negli USA sia passata dal 15% negli anni '60 a oltre il 40% nei 2000. Thomas Piketty (Le Capital au XXI siècle, 2013) ha formalizzato la dinamica r > g (rendimento del capitale superiore alla crescita economica) che Balbo descrive narrativamente. La diagnosi è corretta.
La commodificazione del lavoro e il collegamento tra remunerazioni e prossimità al capitale sono ben descritti. L'esempio delle stock option è pertinente: Jensen e Meckling (1976) teorizzarono l'allineamento degli interessi management-azionisti, e Lazonick (Profits Without Prosperity, 2014, Harvard Business Review) ha documentato come questo meccanismo abbia drenato risorse dalle imprese verso la finanza.
L'effetto di selezione avversa nel settore pubblico è reale: Besley e Ghatak (2005) hanno formalizzato il modello per cui salari bassi nel pubblico attraggono o lavoratori intrinsecamente motivati (effetto positivo) o lavoratori che cercano protezione (effetto negativo), e il secondo effetto tende a prevalere quando il divario salariale col privato diventa troppo ampio.
La "società di mercato" che Balbo attribuisce a Sandel è effettivamente un concetto di What Money Can't Buy (2012). L'uso è corretto.
il paradosso di Balbo del neoliberismo
Il post presenta un paradosso fondamentale che ne mina la coerenza interna.
a) Balbo critica il neoliberalismo ma ne adotta le categorie. L'intero testo ragiona in termini di "mercato del lavoro", "offerta e domanda", "commodity", "profittabilità", "settori remunerativi". La realtà sociale è descritta esclusivamente attraverso categorie economiche. Questo è esattamente ciò che Karl Polanyi (The Great Transformation, 1944) chiamava il "market mentality": la tendenza a vedere ogni relazione sociale come una relazione di mercato. Balbo denuncia la società di mercato usando il linguaggio del mercato — il che rivela quanto profondamente la logica che critica sia interiorizzata.
b) Cita Hayek come esempio da seguire, contraddicendo la propria tesi. Questo è il passaggio più problematico. Hayek è il principale architetto intellettuale di quel sistema neoliberale che Balbo identifica come causa dei problemi. The Road to Serfdom (1944) e The Constitution of Liberty (1960) sono i testi fondativi dell'ordine che ha prodotto la finanziarizzazione, la deregolamentazione dei mercati del lavoro e la riduzione del potere sindacale. Dire "non condivido le sue idee ma ammiro la sua determinazione" è una posizione intellettualmente fragile: è come criticare un incendio ammirando chi ha inventato il fiammifero. La "coraggiosa determinazione" di Hayek ha prodotto esattamente il mondo che Balbo lamenta. Questa contraddizione rivela un tratto tipico della critica elitaria: la capacità di criticare gli effetti di un sistema senza mai metterne in discussione i fondamenti, perché quei fondamenti proteggono la posizione di chi critica.
c) "Non vi è un colpevole" — la deresponsabilizzazione. Questa affermazione è filosoficamente insostenibile. Il neoliberalismo non è un fenomeno naturale: è stato un progetto politico consapevole, portato avanti da attori identificabili (la Mont Pelerin Society, i Chicago Boys, le amministrazioni Thatcher e Reagan), con decisioni precise (deregolamentazione finanziaria, indebolimento dei sindacati, privatizzazioni). Dire "non vi è un colpevole" significa naturalizzare scelte politiche — esattamente l'operazione ideologica che Bourdieu chiama doxa: far apparire come inevitabile ciò che è stato scelto.
La critica sociologica
a) Mancano i soggetti. Chi dovrebbe attuare il cambiamento che Balbo auspica? Il post parla di "dibattito aperto e coraggioso" senza specificare chi lo conduce, con quale potere, contro quali resistenze. Questa è la tipica posizione dell'intellettuale liberal che Gramsci criticava: appello al dialogo razionale senza analisi dei rapporti di forza. Un "dibattito" tra chi detiene il capitale e chi non lo detiene non è un dibattito tra pari: è una negoziazione asimmetrica, e senza potere contrattuale (sindacati, movimenti, regolamentazione) il "dibattito" resta un esercizio retorico.
b) L'esempio nordico è citato ma non analizzato. Balbo menziona Nord Europa, Canada e Australia come casi positivi, ma non spiega perché lì funziona. La letteratura (Esping-Andersen, The Three Worlds of Welfare Capitalism, 1990; Acemoglu et al., 2019) mostra che quei risultati dipendono da istituzioni specifiche: sindacati forti, contrattazione collettiva centralizzata, investimento pubblico in istruzione universale, tassazione progressiva reale. Cioè esattamente gli strumenti che il neoliberalismo che Balbo non vuole criticare fino in fondo ha sistematicamente smantellato altrove.
c) Assenza della dimensione di genere. Il post non menziona mai che la commodificazione del lavoro ha un impatto fortemente asimmetrico sul genere. Il lavoro di cura — non retribuito o sottoretribuito — è prevalentemente femminile e rappresenta, secondo le stime dell'ILO e di Oxfam, un valore equivalente al 10-13% del PIL globale. Fraser (Cannibal Capitalism, 2022) ha mostrato che il capitalismo finanziarizzato si regge strutturalmente sullo sfruttamento del lavoro riproduttivo. Ignorare questa dimensione in un'analisi sulla remunerazione del lavoro è una lacuna significativa.
La proposta Balbo: perché è insufficiente
Balbo propone una "redistribuzione attraverso un nuovo equilibrio nella formazione del reddito" anziché attraverso la tassazione. Questo è un punto interessante ma teoricamente debole per tre ragioni:
Primo, senza specificare i meccanismi istituzionali (salario minimo, contrattazione collettiva, regolamentazione delle stock option, tassazione dei capital gains), resta un auspicio generico. Secondo, Balbo stesso ammette che "sarebbe difficile applicarlo su base nazionale" ma non affronta la questione della governance sovranazionale — il vero nodo della regolamentazione del capitale globale. Terzo, la proposta resta interna alla logica distributiva (come dividere la torta) senza mai interrogare la logica produttiva (cosa produciamo, per chi, deciso da chi) — che è il livello a cui operano le alternative più radicali (economia delle capabilities, beni comuni, economia ecologica).
Balbo è un analista lucido e un critico timido. La diagnosi è accurata, informata, ben scritta. Ma la proposta è strutturalmente limitata dalla posizione sociale dell'autore: è la critica di chi beneficia del sistema e vorrebbe correggerlo quel tanto che basta per renderlo sostenibile, senza mai mettere in discussione i fondamenti. È — per usare ancora Boltanski e Chiapello — una critica riformista che chiede al capitalismo di essere più gentile, senza chiedersi se la gentilezza sia compatibile con la sua logica strutturale.
Il riferimento a Hayek è rivelatore: Balbo ammira chi ha avuto il coraggio di portare avanti un progetto radicale, ma non riesce a immaginare un progetto radicale alternativo. Resta nel perimetro del possibile definito dal sistema esistente — che è esattamente ciò che quel sistema chiede ai suoi critici.