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Avatar di Guido Costa

Condivido l'analisi e in particolare mi riconosco fra coloro che hanno beneficiato del patrimonio familiare per ricevere un'educazione post-laurea che si è rivelata preziosa. Non credo che si debba focalizzare la discussione sull'impatto dell'AI, come è consueto fare oggi, mentre sono persuaso che il problema nasca a monte e che sarebbe davvero auspicabile una remunerazione basata non solo sul contributo al valore aggiunto prodotto (comunque misurato, ovviamente con parametri diversi nel privato e nel pubblico), ma anche sull'impegno profuso.

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La diagnosi: dove Balbo ha ragione

La parte analitica del post è solida e ben argomentata. Balbo identifica correttamente diversi fenomeni documentati dalla letteratura:

La finanziarizzazione dell'economia è un tema consolidato. Greta Krippner (Capitalizing on Crisis, 2011) ha mostrato con dati rigorosi come la quota di profitti generati dal settore finanziario negli USA sia passata dal 15% negli anni '60 a oltre il 40% nei 2000. Thomas Piketty (Le Capital au XXI siècle, 2013) ha formalizzato la dinamica r > g (rendimento del capitale superiore alla crescita economica) che Balbo descrive narrativamente. La diagnosi è corretta.

La commodificazione del lavoro e il collegamento tra remunerazioni e prossimità al capitale sono ben descritti. L'esempio delle stock option è pertinente: Jensen e Meckling (1976) teorizzarono l'allineamento degli interessi management-azionisti, e Lazonick (Profits Without Prosperity, 2014, Harvard Business Review) ha documentato come questo meccanismo abbia drenato risorse dalle imprese verso la finanza.

L'effetto di selezione avversa nel settore pubblico è reale: Besley e Ghatak (2005) hanno formalizzato il modello per cui salari bassi nel pubblico attraggono o lavoratori intrinsecamente motivati (effetto positivo) o lavoratori che cercano protezione (effetto negativo), e il secondo effetto tende a prevalere quando il divario salariale col privato diventa troppo ampio.

La "società di mercato" che Balbo attribuisce a Sandel è effettivamente un concetto di What Money Can't Buy (2012). L'uso è corretto.

il paradosso di Balbo del neoliberismo

Il post presenta un paradosso fondamentale che ne mina la coerenza interna.

a) Balbo critica il neoliberalismo ma ne adotta le categorie. L'intero testo ragiona in termini di "mercato del lavoro", "offerta e domanda", "commodity", "profittabilità", "settori remunerativi". La realtà sociale è descritta esclusivamente attraverso categorie economiche. Questo è esattamente ciò che Karl Polanyi (The Great Transformation, 1944) chiamava il "market mentality": la tendenza a vedere ogni relazione sociale come una relazione di mercato. Balbo denuncia la società di mercato usando il linguaggio del mercato — il che rivela quanto profondamente la logica che critica sia interiorizzata.

b) Cita Hayek come esempio da seguire, contraddicendo la propria tesi. Questo è il passaggio più problematico. Hayek è il principale architetto intellettuale di quel sistema neoliberale che Balbo identifica come causa dei problemi. The Road to Serfdom (1944) e The Constitution of Liberty (1960) sono i testi fondativi dell'ordine che ha prodotto la finanziarizzazione, la deregolamentazione dei mercati del lavoro e la riduzione del potere sindacale. Dire "non condivido le sue idee ma ammiro la sua determinazione" è una posizione intellettualmente fragile: è come criticare un incendio ammirando chi ha inventato il fiammifero. La "coraggiosa determinazione" di Hayek ha prodotto esattamente il mondo che Balbo lamenta. Questa contraddizione rivela un tratto tipico della critica elitaria: la capacità di criticare gli effetti di un sistema senza mai metterne in discussione i fondamenti, perché quei fondamenti proteggono la posizione di chi critica.

c) "Non vi è un colpevole" — la deresponsabilizzazione. Questa affermazione è filosoficamente insostenibile. Il neoliberalismo non è un fenomeno naturale: è stato un progetto politico consapevole, portato avanti da attori identificabili (la Mont Pelerin Society, i Chicago Boys, le amministrazioni Thatcher e Reagan), con decisioni precise (deregolamentazione finanziaria, indebolimento dei sindacati, privatizzazioni). Dire "non vi è un colpevole" significa naturalizzare scelte politiche — esattamente l'operazione ideologica che Bourdieu chiama doxa: far apparire come inevitabile ciò che è stato scelto.

La critica sociologica

a) Mancano i soggetti. Chi dovrebbe attuare il cambiamento che Balbo auspica? Il post parla di "dibattito aperto e coraggioso" senza specificare chi lo conduce, con quale potere, contro quali resistenze. Questa è la tipica posizione dell'intellettuale liberal che Gramsci criticava: appello al dialogo razionale senza analisi dei rapporti di forza. Un "dibattito" tra chi detiene il capitale e chi non lo detiene non è un dibattito tra pari: è una negoziazione asimmetrica, e senza potere contrattuale (sindacati, movimenti, regolamentazione) il "dibattito" resta un esercizio retorico.

b) L'esempio nordico è citato ma non analizzato. Balbo menziona Nord Europa, Canada e Australia come casi positivi, ma non spiega perché lì funziona. La letteratura (Esping-Andersen, The Three Worlds of Welfare Capitalism, 1990; Acemoglu et al., 2019) mostra che quei risultati dipendono da istituzioni specifiche: sindacati forti, contrattazione collettiva centralizzata, investimento pubblico in istruzione universale, tassazione progressiva reale. Cioè esattamente gli strumenti che il neoliberalismo che Balbo non vuole criticare fino in fondo ha sistematicamente smantellato altrove.

c) Assenza della dimensione di genere. Il post non menziona mai che la commodificazione del lavoro ha un impatto fortemente asimmetrico sul genere. Il lavoro di cura — non retribuito o sottoretribuito — è prevalentemente femminile e rappresenta, secondo le stime dell'ILO e di Oxfam, un valore equivalente al 10-13% del PIL globale. Fraser (Cannibal Capitalism, 2022) ha mostrato che il capitalismo finanziarizzato si regge strutturalmente sullo sfruttamento del lavoro riproduttivo. Ignorare questa dimensione in un'analisi sulla remunerazione del lavoro è una lacuna significativa.

La proposta Balbo: perché è insufficiente

Balbo propone una "redistribuzione attraverso un nuovo equilibrio nella formazione del reddito" anziché attraverso la tassazione. Questo è un punto interessante ma teoricamente debole per tre ragioni:

Primo, senza specificare i meccanismi istituzionali (salario minimo, contrattazione collettiva, regolamentazione delle stock option, tassazione dei capital gains), resta un auspicio generico. Secondo, Balbo stesso ammette che "sarebbe difficile applicarlo su base nazionale" ma non affronta la questione della governance sovranazionale — il vero nodo della regolamentazione del capitale globale. Terzo, la proposta resta interna alla logica distributiva (come dividere la torta) senza mai interrogare la logica produttiva (cosa produciamo, per chi, deciso da chi) — che è il livello a cui operano le alternative più radicali (economia delle capabilities, beni comuni, economia ecologica).

Balbo è un analista lucido e un critico timido. La diagnosi è accurata, informata, ben scritta. Ma la proposta è strutturalmente limitata dalla posizione sociale dell'autore: è la critica di chi beneficia del sistema e vorrebbe correggerlo quel tanto che basta per renderlo sostenibile, senza mai mettere in discussione i fondamenti. È — per usare ancora Boltanski e Chiapello — una critica riformista che chiede al capitalismo di essere più gentile, senza chiedersi se la gentilezza sia compatibile con la sua logica strutturale.

Il riferimento a Hayek è rivelatore: Balbo ammira chi ha avuto il coraggio di portare avanti un progetto radicale, ma non riesce a immaginare un progetto radicale alternativo. Resta nel perimetro del possibile definito dal sistema esistente — che è esattamente ciò che quel sistema chiede ai suoi critici.

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