Le recenti dimostrazioni degli studenti francesi e più in generale europei - tralasciando qui le violenze di piccole minoranze - hanno promosso un dibattito sulla situazione dell’educazione in Europa, e in particolare sulla disuguaglianza che si genera nel percorso scolastico, e che viene dimostrata da una larga distanza di risultati - misurati con i test più accreditati (PISA) - tra la fascia migliore e quella inferiore degli studenti.
Inoltre, emerge che tale differenziazione sta crescendo nel tempo soprattutto negli ultimi vent’anni. Infine, i gruppi con i risultati inferiori sono costituiti principalmente da giovani che provengono da famiglie socioculturali di livello più basso o immigrati.
Perché la scuola non riesce a colmare questa distanza che si è generata fuori nella società?
Le cause sono principalmente due:
1. SEPARAZIONE SOCIALE
La separazione sociale, della quale ho più volte parlato, parte ormai all’inizio della vita dei giovani e quindi già nella scuola dell’obbligo. Non è solo il fatto le persone con cultura e redditi elevati abitano in zone diverse della città e frequentano scuole diverse da quelle degli strati sociali più bassi: ormai vi è un’ampia differenziazione anche tra le scuole pubbliche; alcune hanno un’impostazione molto orientata alla performance, con insegnanti capaci, ma anche estremamente severi. Queste scuole, proprio per questo, attirano un’utenza con elevate motivazioni verso i risultati, in generale fatta da ragazzi che vengono da famiglie con caratteristiche socioculturali elevate. Questi giovani hanno un iniziale vantaggio culturale dovuto alla famiglia e spesso hanno introiettato una forte motivazione al risultato scolastico, e più in generale alla performance nel percorso di vita. Al contrario, soprattutto nelle città, ci sono scuole, in particolare in periferia, che hanno giovani provenienti da famiglie di fascia socioculturale più bassa, con meno motivazioni; insieme a essi, vi è un numero crescente di immigrati. È abbastanza evidente che è molto più facile ottenere risultati positivi se l’utenza è ben preparata e fortemente motivata, mentre, al contrario, con un’utenza composita, meno motivata e più problematica, è più difficile mantenere uno standard collettivo di qualità e creare un ambiente che stimoli verso risultati migliori. Questa situazione tende a riprodursi anche nelle scuole superiori, dove vi è una differenziazione di percorsi; quelli professionali, rispetto ai licei, oltre a consolidare i diversi livelli di preparazione, sono sempre meno adeguati ai bisogni del mondo del lavoro. In Italia, nella preparazione professionale, il sistema educativo offre quello che ha di consolidato nel tempo, in termini di competenze di insegnanti e capacità organizzative, ma non quello che serve. Fanno eccezione gli ITS (istituti tecnici post scuole superiori) che sono un successo, ma sono troppo pochi e organizzati localmente, senza un sistema centrale di verifica della qualità. Il loro successo dipende dalla vicinanza ai bisogni delle aziende e da un corpo insegnante in parte esterno alla scuola.
Nei paesi di lingua tedesca e in Svizzera, i percorsi scolastici sono lasciati meno liberi e le persone non adatte ai licei vengono obbligate a fare scuole più professionali. Tali scuole hanno un forte legame con le aziende, e quindi garantiscono migliori sbocchi professionali. Questa impostazione non riduce sostanzialmente le differenze di performance scolastica, ma offre ai giovani una migliore motivazione a studiare: è proprio la motivazione l’argomento mancante nel dibattito.
2. MOTIVAZIONE ALLO STUDIO
Questo è il tema più sottovalutato, cioè non si prende in considerazione che la maggioranza dei ragazzi non studia per il piacere di farlo, mentre la motivazione è influenzata da due ben diversi fattori: da un lato la pressione e l’attenzione delle famiglie, dall’altro la comprensione che lo studio permetterà una promozione sociale e quindi migliori risultati nella vita professionale. Studiare è infatti un impegno e anche una fatica, ed è inutile illudersi che la maggioranza degli studenti lo faccia per il piacere della crescita culturale; forse, una volta che questo risultato è stato ottenuto, si può godere e comprendere quanto la conoscenza sia uno strumento anche di gioia e di comprensione della realtà. Ma questo in generale avviene alla fine del percorso e non durante, quando bisogna faticare. Chi ha vissuto il periodo degli anni 60 e 70, andando a scuola quando il mix sociale era molto più composito, sa perfettamente quanto la promozione sociale, che lo studio allora permetteva, fosse una spinta importante all’impegno nell’istruzione. Oggi non è più così, e i giovani capiscono molto presto che la lotta per i posti più elevati nella società è molto dura, richiede anni di studio e spesso con corsi di formazione post-laurea; inoltre, sempre più le statistiche indicano che una quota crescente di laureati fa fatica a trovare lavoro e soprattutto a trovarlo adeguato ai propri studi. Da qui deriva una minor motivazione all’impegno e anche una conseguente peggior performance scolastica e più in generale culturale.
Purtroppo, c’è la convinzione diffusa che una formazione educativa migliore e più elevata per tutti possa migliorare la nostra società, ma ciò non avviene e, anzi, le differenze scolastiche aumentano perché è la società (con le sue differenziazioni, con la crescente polarizzazione del mercato del lavoro tra fasce alte e fasce basse e l’aumento delle differenze reddituali) che genera una scuola disuguale. Ed è estremamente difficile che i giovani, nel loro complesso, trovino motivazioni a studiare di più e meglio senza un obiettivo di promozione sociale. Anche i test sulla preparazione dei giovani indicano che in tutta Europa i risultati sono peggiori nelle zone meno sviluppate, come ad esempio nell’Italia meridionale. Tuttavia, le risorse che lo Stato mette a disposizione sono uguali, pro capite, in tutto il Paese; perciò, vuol dire che è la società esterna, includendo i docenti, che ha una minor “spinta” ad una istruzione migliore.
Dunque, il dibattito tende sistematicamente ad invertire causa ed effetto.
Solo una società migliore, con meno differenze socioeconomiche e con opportunità professionali e personali migliori, permetterà di avere una scuola migliore, perché quel tipo di società darà un senso concreto all’importanza dell’istruzione.
La cura giusta consiste, come ho più volte detto, in una ricomposizione sociale attraverso la crescita delle remunerazioni dei lavori di fascia medio bassa e con un conseguente aumento del valore sociale di questo tipo di lavoro: se riuscissimo a fare questo, avremo minori differenze sociali e più motivazione, e quindi sarebbe più facile gestire l’educazione. Certamente realizzare ciò è molto difficile, ma continuare a proporre scenari che non sono corretti e che non sono realizzabili, ci sta facendo solo male, e ci distoglie dal tentare di percorrere le strade giuste.


Riflessione interessante. La mia esperienza personale riflette grosso modo la separazione tra istruzione nelle parti più ricche e meno ricche del paese - in Italia e all’estero. Se ho capito bene l’argomento, faccio fatica a immaginare come remunerare di più i lavori più operativi e con meno status, per renderli più attrattivi. Mi aspetto che ci sarebbe ancora più fuga dei lavori manuali e industriali verso luoghi con costi più bassi. Invece credo che per rendere i lavori manuali e operativi, sia necessario professionalizzare meglio le persone, coinvolgendo imprese e mondo produttivo. Poi credo che c’é da chiedersi come l’IA cambierà il contesto attuale - difficile fare una previsione, per ora.