MA DAVVERO TUTTO STA CAMBIANDO?
Forse meno di quanto pensiamo e ci viene detto: si ripropone sempre la dicotomia fra regole e mercato
Tutto il dibattito pubblico tende a concordare e a sottolineare che negli ultimi anni è in atto un totale cambiamento del quadro geopolitico ed economico mondiale.
Trump ha certamente contribuito ad accelerare un cambiamento, che era già comunque in atto, sia pure sottotraccia, da un po’ di anni. Infatti, l’utilizzo dell’attività economica come strumento di influenza politica era già praticato da un po’ di anni. La Cina lo utilizza sostenendo moltissimi settori, attraverso normative e risorse pubbliche, in modo che essi possano diventare dominatori incontrastati a livello mondiale, e di fatto non solo costituire una egemonia economica, ma anche indebolire le altre, e stabilire una leadership tecnologica. Gli Stati Uniti, già nell’amministrazione Biden, avevano iniziato a rispondere con dazi e tariffe, e Trump ha reso questi strumenti non solo un sistema di difesa economica, ma anche di offesa rispetto ai paesi che non si allineano alla geopolitica americana.
Più in generale sembra essere andato in crisi il quadro globale nato dopo la caduta del comunismo e che, sotto il nome di Neoliberismo, si basava su questi pilastri economici e culturali:
· Libera circolazione dei capitali e dei prodotti e servizi;
· Convergenza verso una coabitazione geopolitica positiva, in quanto guidata da comuni interessi economici: il mondo occidentale poteva godere dei bassi costi di produzione dei paesi in via di sviluppo, mentre questi ne traevano vantaggio grazie al loro sviluppo;
· Accettazione dei flussi migratori verso i paesi “ricchi”, come elemento di copertura a costi bassi dei lavori meno qualificati;
· Riduzione dei ruoli degli stati e dei governi a favore del mercato, come elemento regolatore delle relazioni economiche ed anche sociali.
Purtroppo, questi effetti positivi che effettivamente si sono realizzati, hanno mostrato nel tempo anche conseguenze non previste e negative, e cioè:
· Alcuni paesi in via di sviluppo, e particolarmente la Cina, non sono stati nel ruolo in cui li si voleva tenere, ma sono riusciti a diventare competitivi anche sulle tecnologie sofisticate, e hanno raggiunto un livello di ricchezza e potenza che li ha spinti a non volere più accettare un ruolo geopolitico subordinato;
· Il decentramento delle attività economiche ha dato vantaggi ai consumatori occidentali, ma ha anche dovuto pagare un tributo di riduzione di posti di lavoro specialmente nel settore manufatturiero;
· L’integrazione dell’immigrazione si è dimostrata molto più difficile del previsto, e le problematiche conseguenti hanno catalizzato la rabbia e lo scontento di molti ceti sociali;
· Il Mercato ha mostrato la sua grande capacità di creare innovazione attraverso l’imprenditorialità, ma ha anche creato posizioni di rendita attraverso il processo di finanziarizzazione, il quale ha portato alla crescita del valore dei beni patrimoniali - ed in particolare di quelli immobiliari - molto al di sopra dell’andamento economico.
Tutto questo ha spinto a parlare continuamente di una totale rottura rispetto al mondo politico ed economico precedente, ed in particolare ad indicare la fine del Neoliberismo, come era stato concepito dai suoi padri culturali, Hayek e Friedman, e poi sviluppato sia dal mondo politico conservatore (Reagan e Tatcher), sia da quello progressista (Clinton e Blair), e che poi è stato adottato da tutti i paesi occidentali.
Questa situazione ha portato molti commentatori ad utilizzare in modo emblematico una frase che Antonio Gramsci scrisse nel 1930: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore ed il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
Personalmente, concordo con lo storico dell’economia Adam Tooze, il quale sostiene che non siamo in un interregno, bensì già in un nuovo mondo, molto più difficile da interpretare e prevedere, anche perché non è vero che il mondo precedente è interamente finito.
Al contrario il processo di finanziarizzazione, che ne ha caratterizzato la sua fase finale, è tuttora attivo ed in pieno sviluppo.
Come ho più volte indicato, il parametro che permette di individuare questo fenomeno è il rapporto tra la ricchezza privata e l’andamento dell’economia, cioè il PIL. Il McKinsey Institute (MKI) è l’istituzione che ha meglio studiato questo fenomeno, e ci dice che negli ultimi 25 anni la ricchezza privata nel mondo occidentale, è passata da quattro a sei volte il PIL delle nostre economie. Quasi il 40% di questa crescita non è dovuta agli utili delle aziende o ai risparmi delle famiglie, o più in generale ai nuovi investimenti reali, ma al semplice aumento del valore dei beni mobiliari e immobiliari esistenti. Questa parte di crescita della ricchezza viene giustamente identificata, sempre da MKI, come “paper wealth”.
Questo trend non si è affatto interrotto nel 2025: infatti tutti gli indici borsistici mondiali sono cresciuti più del 15%, mentre la crescita degli utili è stata mediamente del 5%, ed anche i valori immobiliari sono aumentati più della crescita dell’economia, tranne che negli Stati Uniti. Quindi è stata creata una nuova “ricchezza di carta”.
Il processo di finanziarizzazione è dovuto, come ho più volte spiegato, al fatto che l’enorme ricchezza creatasi nel mondo viene investita prevalentemente su beni patrimoniali esistenti, facendone crescere il valore, e creando quindi una posizione di rendita per chi la possiede. Ciò crea due problemi negativi sempre più importanti e largamente documentati:
· Un incremento della disuguaglianza patrimoniale, la quale permette alle famiglie, con anche una modesta ricchezza, di avere una maggiore protezione contro eventi avversi, e di poter permettere ai figli ed ai nipoti una partenza avvantaggiata nel percorso di vita;
· Una crescente difficoltà ad accumulare ricchezza attraverso i risparmi, poiché i redditi da lavoro sono da molti anni stagnanti, e quindi una conseguente limitazione ad accedere a beni patrimoniali estremamente importanti come quello della casa.
La disuguaglianza patrimoniale è la vera nota di differenza che si è creata negli ultimi decenni, ed ha un’estrema influenza sui percorsi di vita delle persone, ed in particolare dei giovani.
Il MKI giustamente spiega che questo fenomeno può essere ridotto se si riesce a realizzare un importante incremento della produttività, cioè un miglioramento del rapporto tra l’output produttivo e la quantità di fattori (capitale e lavoro) necessari per ottenerlo. Questo miglioramento genererebbe un margine che può essere distribuito tra capitale e lavoro e quindi una ricchezza reale che può entrare in tutta la società, e non andare solo a beneficio di chi la ricchezza la possiede già. È probabilmente corretta l’aspettativa che l’applicazione dell’intelligenza artificiale possa realmente dare un incremento di produttività, ma, stante l’attuale rapporto di forza tra capitale e lavoro, è perlomeno dubbio che i benefici di tale aumento possano essere equamente distribuiti tra i due fattori produttivi.
Dunque molto sta cambiando, ma non la finanziarizzazione che ha caratterizzato in modo rilevante gli ultimi decenni. Questa situazione è strutturale nella società perché, come risultato del grande sviluppo economico del secondo dopoguerra, si è creato un eccesso di ricchezza che viene principalmente investita in beni patrimoniali esistenti, facendone crescere il valore proprio per l’eccesso di domanda, e quindi creando una posizione di rendita per chi la possiede.
È un tema che è alla base del libro che ho scritto e delle mie riflessioni e credo che sia il problema più complesso che le nostre società si trovino ad affrontare, in quanto è una discriminante sociale che sta diventando sempre più importante e sempre meno modificabile anche a causa della libera circolazione dei capitali che rende l’intervento in un solo paese quasi impraticabile.
Siamo nella strana situazione di un eccesso di capitale che dovrebbe portare un abbassamento del suo costo (cioè del suo rendimento atteso), mentre questo processo di crescita della ricchezza attraverso la “bolla” del valore degli “asset” permette di sfidare una delle regole d’oro dell’economia e cioè che l’abbondanza di un bene ne genera la discesa del prezzo.
È difficile da affrontare per due motivi:
· Per limitare il fenomeno occorrerebbe porre dei limiti o delle tassazioni maggiori alle transazioni finanziarie su beni patrimoniali esistenti (non su quelle primarie, cioè gli investimenti che sono rivolti a creare o far crescere nuove attività);
· Il mondo finanziario che gestisce questa immensa ricchezza è ormai potentissimo ed è un forte ostacolo al cambiamento;
· Infine si è affermato culturalmente il primato del capitale e la necessità ed aspettativa che possa offrire ritorni elevati, e ogni limitazione viene propagandata come un limite distorsivo del mercato, con poche voci che mettono in luce che al contrario è il fenomeno della finanziarizzazione ad essere una grande distorsione.
Una riduzione del processo di finanziarizzazione porterebbe a non far crescere ulteriormente il valore dei beni patrimoniali, anzi probabilmente a ridurlo, soprattutto nel mondo immobiliare, permettendo così un enorme effetto redistributivo, del quale ci sarebbe davvero bisogno, ma che non può avvenire senza un profondo confronto - e forse anche scontro – all’interno della società.
Sporadicamente queste tematiche vengono affrontate quando si creano nell’opinione pubblica forti risentimenti, come ad esempio in Germania, dove in alcune città sono state emanate regole per bloccare la crescita degli affitti, e lo stesso ha promesso di fare il nuovo sindaco di New York. Persino Trump sta intervenendo, ed ha annunciato una restrizione all’acquisto di immobili resistenziali da parte degli investitori istituzionali. Il problema è che queste norme locali spesso non sono efficaci perché possono portare ad uno “sciopero del capitale” che tende a scappare, ed a rifugiarsi dove non ha vincoli. È quindi molto difficile ottenere dei cambiamenti con interventi “locali”.
Serve invece affrontare questo tema in modo sistemico e cioè discutere apertamente il rapporto fra Mercato e Regole, e come rendere più equilibrato questo rapporto senza spegnere la grande forza del Mercato di creare innovazione e ricchezza, ma anche evitare le distorsioni e le posizioni di rendita e di potere che può generare.
Scarseggia però un dibattito aperto su questo macro-tema così vitale, e ciò pone un problema più generale: cioè perché oggi nel mondo occidentale, dove emerge tanto scontento e tanta insoddisfazione, manca uno sforzo collettivo per pensare ad un modello per il nostro futuro?
È questo tema che mi lascia attonito e al quale dedicherò i prossimi post.


