L’ITALIA È ANCORA UNA VOLTA ALL’AVANGUARDIA …
Verso la “pace dei sensi” dell’Europa
Il (previsto) successo del Partito populista Reform nelle elezioni amministrative inglesi dimostra che il Partito Laburista, nonostante il completo controllo del Parlamento, non riesce a realizzare (ma forse neppure pensare) politiche convincenti, e la sua crisi si affianca all’ormai triste fine dell’esperienza di Emmanuel Macron in Francia, e alle crescenti difficoltà del governo tedesco. Pedro Sanchez in Spagna sta portando avanti, unico in Europa, politiche sociali “di sinistra” e di integrazione dell’immigrazione, ma le previsioni per le prossime elezioni lo danno comunque perdente. Nonostante la sconfitta di Viktor Orban in Ungheria, i partiti populisti continuano a crescere.
La domanda molto diffusa, quindi, è quale possa diventare il volto dell’Europa quando Reform diventerà probabilmente il primo partito inglese nelle prossime elezioni politiche; l’estrema destra francese riuscirà quasi certamente a conquistare la presidenza della Repubblica; e la Democrazia Cristiana tedesca dovrà fare un accordo con l’estrema destra dell’AFD per governare.
Forse, per dare una risposta, basta guardare l’Italia di questi ultimi anni, e domandarsi se per caso ancora una volta il nostro Paese, senza accorgersene, non sia all’avanguardia nel mondo occidentale.
Perché ancora una volta?
Perché Silvio Berlusconi è stato, senza alcun dubbio, il primo leader populista del mondo occidentale, anche se in quegli anni il termine “populista” non aveva ancora assunto le caratteristiche e i contenuti che oggi accomunano questi movimenti politici.
Ma Berlusconi li aveva già praticati, ed ecco come:
· Personalizzazione completa della politica e costruzione di partiti che sono totalmente costruiti intorno al leader e alle sue idee, e che richiedono una fedeltà ad esse
· Comunicazione diretta e continua con gli elettori basata non su idee di programma, ma su poche indicazioni immaginifiche. In fondo, la proposta berlusconiana del “milione di posti di lavoro” può essere vista come antesignana dello slogan MAGA che ne amplifica l’idea, estendendola a un meraviglioso, quanto vago, futuro
· Capacità di rompere con il linguaggio tecnico e paludato della politica, per parlare direttamente soprattutto alle persone con minor formazione culturale e socialmente meno fortunate, e per far sentir loro che li rappresenta e ne comprende desideri e frustrazioni
· Abilità di smantellare alcune posizioni politiche, ormai del tutto superate e perdenti, delle élite liberaldemocratiche
· Insofferenza verso contrappesi della democrazia, che vengono indicati come dei vincoli all’azione politica, e quindi anche una scusante di eventuali risultati non ottenuti
· Individuazione dei problemi della sicurezza e della difficoltà di integrazione dell’immigrazione come un problema importante per molte persone, facendo diventare questi temi un emblema identificativo e una colpa di chi li ha trascurati
Berlusconi non aveva quel tocco sempre arrabbiato, divisivo, che hanno oggi i leader populisti e che Trump bene esprime. In fondo, “Silvio” si è sempre chiesto perché “i comunisti” (come chiamava i suoi avversari) non lo amassero anche loro.
Silvio Berlusconi ha quindi lasciato una grande eredità, sia perché ha trasformato la politica del nostro Paese, sia perché ha aperto la strada a tutti gli altri leader populisti. È doveroso chiedersi se questo leader ci abbia anche lasciato dei cambiamenti politici, economici e sociali significativi, sulla base pure della sua promessa iniziale che avrebbe reso il nostro paese più libero e più liberale, quasi ricordando alcune idee di Margaret Thatcher.
Personalmente, non riesco a ricordare niente di significativo, ma non essendo stato un estimatore di Berlusconi, ho voluto fare una verifica un po’ più indipendente, chiedendo a Chat GPT le leggi più importanti che i suoi governi ci hanno lasciato. Emerge che le uniche due leggi che possono essere considerate significative sono la legge Biagi e la Bossi-Fini. La prima ha formalizzato nuovi contratti di lavoro più flessibili, mentre la seconda ha regolamentato i criteri di immigrazione, mettendo maggiori controlli a quella illegale. Certamente la prima è significativa, ma è difficile trovare conferma che il lungo periodo di governo Berlusconi abbia lasciato dei segni importanti: nonostante le promesse e le visioni roboanti, il Paese ha proseguito nel suo cammino usuale fatto di sanatorie, condoni, rinvii di decisioni importanti, mentre la tanto promessa liberalizzazione dei mercati, dell’imprenditorialità e lo snellimento dell’amministrazione pubblica si sono ridotti alla libertà di arrangiarsi, magari anche nell’evadere il fisco.
Il decennio successivo alla caduta di Berlusconi ha visto un susseguirsi di governi tecnici, essenzialmente rivolti a curare le emergenze, e di vari colori “giallo verdi” e “giallo rossi”, che hanno di fatto coinvolto quasi tutte le forze politiche, ma non hanno modificato nulla, se non un cambiamento di linguaggio più sobrio, tranne nel breve periodo del successo del movimento Cinque Stelle.
Poi, ormai da quasi una legislatura, il Paese si è consegnato ad un governo dominato da due partiti, Fratelli d’Italia e Lega, che sono dichiaratamente nel solco del populismo contemporaneo. O, perlomeno, hanno conquistato la vittoria elettorale con queste sembianze, per poi offrirci un periodo governativo fondamentalmente tranquillo, nel quale sono sparite quasi tutte le pulsioni anti-sistema ed è anzi stata espressa una forte adesione all’attuale establishment dell’Unione Europea; si è mantenuta una rigorosità nella gestione della spesa pubblica, non difforme da quelle dei governi tecnici e si è cercato soprattutto di consolidare il proprio consenso verso quella che viene ritenuta la propria base elettorale, aumentando i limiti della de-tassazione delle partite IVA, con la creazione di una sperequazione totale di trattamento in funzione della tipologia di contratto di lavoro.
Tuttavia, gli italiani appaiono tranquilli: certamente non apprezzano gli eccessi e, quindi, il dibattito politico è acceso nelle parole e nelle personalizzazioni, ma assolutamente privo di contenuti. Il governo ne ha pochi e l’opposizione altrettanto pochi, limitandosi a criticare tutto quello che fa l’esecutivo senza essere propositiva e dimenticandosi dell’esperienza del periodo berlusconiano, quando continuare a criticarlo senza proporre alternative non ha quasi mai giovato.
Un Paese, quindi, che non ha più bisogno di promesse, ed ha anzi tranquillamente accettato un aumento dell’età pensionabile, fatto dagli stessi partiti che avevano - qualche anno fa - avanzato una misura esattamente opposta. Probabilmente è un Paese stanco soprattutto di continue promesse che non si avverano mai; è quindi meglio che spariscano dal dibattito pubblico in luogo di un’accettazione del fatto che cambiare non si può e si sta perdendo il senso di cosa si dovrebbe cambiare e perché farlo.
La rabbia che i Cinque Stelle e la Lega hanno catalizzato per un breve periodo sembra aver lasciato spazio alla rassegnazione.
Indubbiamente, questa è una strada di decadenza, perché continuiamo ad avere una amministrazione pubblica inefficiente, un bassissimo incremento della produttività, salari che non crescono, pochissima innovazione. Stiamo gradualmente consumando la ricchezza accumulata nei decenni del Dopoguerra, che permette ad un’ampia parte della popolazione di vivere abbastanza bene, anche attraverso sistemi di trasferimento familiare dai padri ai figli - la cosiddetta “eredità in vita” - mentre i giovani e alcune aree della popolazione soffrono, ma non hanno di fronte alcuno spiraglio per vedere i miglioramenti, accontentandosi o di non votare, o di aderire agli inviti sempre più frequenti della politica che addossano la colpa agli altri: gli immigrati, i cinesi, i vincoli europei che comunque dobbiamo accettare… e così via.
Le altre nazioni europee, invece, paiono avere ancora programmi e conflitti: i francesi hanno condotto una dura battaglia per non alzare l’attività pensionabile, che è la più bassa in Europa; i tedeschi hanno rotto il tabù del basso debito pubblico e stanno iniettando enormi quantità di denaro nell’economia - per ora senza risultati significativi - e infine gli inglesi appaiono in tutto il panorama europeo il Paese più in crisi, sia economica sia identitaria.
Inoltre, vi è l’Unione Europea: un sistema che ha avuto pregi enormi, ma che ora appare totalmente bloccato e ormai del tutto inadatto ad affrontare la nuova situazione; anch’esso continua a fare promesse, a varare progetti e a “sognare”, come nel caso del disegno di cambiamento proposto da Mario Draghi, senza che mai quasi nulla di tutto questo avvenga.
La dinamica delle promesse mancate e dell’allontanamento dai bisogni, ma soprattutto dal linguaggio dei cittadini, è alla base della crisi dei partiti tradizionali, ma nel lungo termine diventa insostenibile anche per le persone, e quindi la mia previsione è che, poiché ogni cambiamento sta diventando impossibile, anche per gli altri Paesi dovrà arrivare la rassegnazione italiana, cioè smettere di darsi ambizioni che non si riescono o non si vogliono raggiungere come unico modo di sfuggire ad una situazione di frustrazione continua.
Proprio per questo, penso che l’Italia sia, come era già successo con Berlusconi, il Paese in “avanguardia” in Europa, e che gli altri europei non potranno che imboccare la nostra stessa strada.
Rimane una domanda aperta: perché è così difficile, o sostanzialmente impossibile, cambiare, cioè trovare assetti produttivi, sociali e statali che siano più efficaci e più adatti al mondo contemporaneo, e che possano creare una società più equa, nella quale i cittadini siano meno arrabbiati (causa che sta portando al governo i paesi populisti, senza peraltro risolvere i problemi). La mia tesi è che, innanzitutto, sia molto difficile cambiare una società che ha comunque creato tanto benessere e tante rendite di posizione, e che è conservatrice, non tanto ideologicamente, ma semplicemente avversa a rinunciare a qualcosa ora per prendersi il rischio di un futuro migliore dopo.
Quindi la responsabilità non è dei politici, ma dell’intera società, e questo sarà il tema della mia prossima newsletter.
Ne approfitto per invitare coloro che ne avranno voglia a cimentarsi in un piccolo compito a casa, cioè riflettere su quali siano le cose che dovrebbero essere cambiate per migliorare, e come possa essere costruito il consenso per realizzarle.

