L’Europa, o meglio “più Europa”, è quanto viene riproposto in generale dalle forze politiche liberal democratiche e anche da tantissimi intellettuali, soprattutto in Italia. Tuttavia, questa indicazione sta perdendo largamente attrattiva sugli elettorati, e non solo tra i populisti.
Personalmente trovo sorprendente come manchi a chi fa queste proposte la consapevolezza di questa evidenza, e ancor più la comprensione che proporre concetti vaghi o proposte che, dopo molte ripetizioni, non si realizzano, è estremamente negativo.
Ho già parlato del cosiddetto progetto Draghi che, a mio parere, è assai poco realizzabile, almeno nei termini globali ipotizzati, e non riuscirebbe ad affrontare gli attuali problemi sociali dell’Europa, proprio perché i proponenti non li hanno compresi. Tra l’altro la proposta parla giustamente di una riduzione della regolamentazione, ma si dimentica di fare un’analisi seria del “perché” oggi l’attuale struttura di governance e culturale europea impedisce questo approccio.
Più in generale è abbastanza diffusa, fra chi invoca “più Europa”, la domanda di una maggiore integrazione europea, anche - e soprattutto - attraverso l’abbandono dei processi di unanimità che oggi la governano.
Ciò che però manca è un’analisi accurata dello stato dell’arte dell’Europa oggi, e di come, comprensibilmente, i suoi cittadini la guardano.
Provo a fare una sintesi che per, forza di cose, è un po’ grezza, ma credo abbia il pregio di andare a toccare alcuni nodi di cui poco si parla:
· Innanzitutto, il concetto stesso di Europa è molto vago, in quanto l’Unione Europea è ormai molto ampia, comprendendo 27 Paesi e con altre nazioni, come ad esempio la Serbia e addirittura la Bosnia, delle quali si sta valutando la partecipazione. All’interno di questo insieme vi è un più ristretto nucleo di Paesi che sono in generale quelli che hanno fondato il progetto, che sono più omogenei e potremmo identificarli con quello che una volta veniva chiamata “Europa occidentale”; sono molto più legati fra loro, perché hanno adottato l’euro, e cioè un sistema monetario rigido, ma anche molto forte. Quando si parla di una maggiore integrazione europea, bisognerebbe chiarire chi vi dovrebbe partecipare, perché è evidente a tutti che tale processo non può che riguardare un sottoinsieme degli attuali membri dell’Unione Europea. Vi è quindi confusione tra questo tentativo di continuo allargamento - che in parte è quasi un prodotto della burocrazia e dei tecnocrati che governano il sistema europeo - e la ricerca di un’Europa più integrata ed efficace che può riguardare solo un numero più ristretto di Paesi. Ci sono poca chiarezza e poca attenzione a questa dicotomia e alla difficoltà di modificare gli attuali trattati molto rigidi.
· Il Parlamento Europeo svolge una funzione che è difficile da individuare, e soprattutto, dovendo esprimere la Commissione Europea (cioè il Consiglio dei ministri europei), si presta a costruire alleanze trasversali improbabili, solo per poter raggiungere una maggioranza e anche per permettere un’occupazione dei posti di influenza.
· La Commissione Europea è molto visibile nella comunicazione, soprattutto con l’attuale presidente Von Der Leyen, ma appare una sovrastruttura con poco potere rispetto ai governi nazionali. Infatti, parallelamente continua anche ad esserci un Consiglio Europeo che è la riunione dei singoli governi dei Paesi e che è ciò che davvero conta nelle decisioni fondamentali
· Infine, vi è una struttura burocratica ormai enorme, anche per l’aumento del numero dei Paesi membri, la quale produce studi e regole che sono spesso da un lato una mediazione, e dall’altro il modo di cavalcare il trend del momento, per poi spesso abbandonarlo come è nella vicenda dell’energia e dei sistemi a combustione delle auto
Non bisogna certo dimenticare i grandi vantaggi che il progetto europeo ha portato a tutti i paesi, in particolare con la libera circolazione di merci e di persone, ma da molti anni non si sono fatti i passi avanti, ed anzi i criteri che sono stati alla base dello sviluppo strategico dell’Unione Europea a partire dagli anni 90 sono ormai superati e tra loro in contraddizione, cioè:
· Preminenza del mercato sul ruolo degli Stati in tutte le attività economiche, e quindi uno svuotamento delle capacità di intervento degli Stati stessi, mentre tutto il resto del mondo, Stati Uniti inclusi, sta riconoscendo la necessità di una politica industriale
· L’avvio, di contro, di una regolamentazione superiore promossa a livello dell’Unione, che è diventata un freno all’innovazione, come dicono giustamente i promotori della linea Draghi
Non è sorprendente che sia avvenuto tutto questo, data l’estrema ampiezza e complessità del progetto, ed anche l’ovvia necessità di mettere insieme visioni diverse. Ciò che è grave, è che stia mancando un’analisi sincera da un lato di tutto ciò che di buono è stato fatto; ma dall’altro degli errori e della impossibilità di cambiare, senza prima togliere alcuni dei pezzi di questa struttura, e adeguare le linee guida dell’unione alle necessità attuali delle economie e della società.
È certamente difficile delineare una strategia per rendere l’Europa più efficace, ma è importante farlo in un modo diverso di quello proposto dagli attuali promotori acritici dell’Europa. È proprio per sfuggire alla critica che non si può essere solo distruttivi, proverò a cimentarmi anche nell’area “construens”.
1. Innanzitutto, va definito il perimetro della nuova Europa che vogliamo, e questo non può che essere quello dei Paesi aderenti all’euro, non solo per la maggiore omogeneità economica e culturale, ma soprattutto perché questi Paesi sono legati dall’unica organizzazione europea realmente sovranazionale e non soggetta ad un diritto di veto: la Banca Centrale Europea (BCE)
2. Qualsiasi progetto deve prevedere azioni che possano essere fatte subito, senza vagheggiare complicati cambi di governance: non c’è più tempo per attendere, se si vogliono risolvere i nostri problemi, e ogni ritardo consegnerà definitivamente l’Europa ai populisti
3. Il principale problema a breve di molti di questi paesi (Francia, Italia, Spagna) non è più solo l’elevato debito, ma il crescente costo di tale debito. Va ricordato – e troppo pochi lo fanno - che l’incidenza del debito si misura sul PIL monetario che cresce, parlando in termini grossolani, con una percentuale pari alla somma dell’inflazione e della crescita reale. Poiché la crescita reale è molto bassa, alcuni Paesi sono nella situazione in cui il tasso di interesse è superiore alla crescita nominale del PIL, e quindi l’incidenza del debito sullo stesso PIL aumenta anche senza espansione della spesa pubblica, e cioè del deficit primario. È questo che sta rendendo il debito francese insostenibile, oppure costringe i Paesi, come l’Italia, ad un’austerità che riduce qualsiasi margine di manovra del settore pubblico. È urgente stabilizzare i debiti pubblici, dare sicurezza ai risparmiatori, e per farlo bisogna far scendere i tassi di interesse. Anche il deficit americano è ampio, ma la crescita nominale dell’economia è maggiore dei tassi d’interesse e questo permette di non far crescere il rapporto debito/PIL. Invece in Europa vi è stagnazione economica, inflazione sostanzialmente sotto controllo, e tassi elevati: una tale anomalia è trainata dalla competizione fra i titoli di Stato dei vari Paesi, come è ben spiegato in questa nota tecnica. L’unico modo per farlo rapidamente è costituito da massicci acquisti di debito pubblico dalla Banca Centrale. Va ricordato che la BCE, la Banca Centrale Inglese e la FED posseggono già in modo stabile circa il 20% dei rispettivi debiti pubblici, e che tale valore arriva al 50% in Giappone. Un intervento di questo tipo ridarebbe stabilità al mercato, e soprattutto offrirebbe un maggior spazio ai bilanci pubblici di cui tutti gli Stati hanno bisogno. Gli oppositori di questo tipo di manovra lo fanno solo in nome di una teoria economica purista, che non è affatto inviolabile; infatti, mai menziona che molti anni fa avevano detto che, se le banche centrali avessero comprato parte del debito pubblico, si sarebbe creata inflazione: da decenni il Giappone mostra il contrario. L’attuale inflazione non è dettata dall’aumento dei costi interni, e in particolare del costo del lavoro, ma quasi solo da fattori esterni, dovuti ai costi energetici, e in parte dagli effetti climatici sull’agricoltura. Quindi è difficile credere che tale manovra possa essere inflazionistica.
4. Quest’operazione dovrebbe anche portare ad una revisione dell’attuale sistema delle riserve bancarie, perché l’acquisto dei titoli pubblici viene fatto dalle banche centrali comprando dalle banche commerciali, e pagando tali titoli in riserve che vengono poi remunerate dalla stessa banca centrale. Tali riserve costituiscono una rendita di posizione per le banche commerciali, e vi sono studi che mostrano che addirittura sono quasi un disincentivo ad aumentare il credito all’economia reale. Vi è un problema di fondo che va al di là del dibattuto argomento degli extra profitti, ma riguarda più in generale il ruolo delle banche commerciali. L’Europa dovrebbe, per prima, modificarne il loro ruolo. Per chi volesse approfondire questo tema suggerisco una perlustrazione del think tank Positive Money.
5. Infine, credo che si debba essere ancora più aggressivi e pensare ad una emissione di titoli pubblici dei vari Paesi, la quale sia indirettamente sostenuta dalla BCE (che si impegni ad acquisirli poi sul mercato qualora fosse difficile il collocamento o troppo elevato il tasso) per finanziare ciò che davvero serve ai Paesi europei. Infatti, hanno davvero ragione coloro che ritengono che servano molti più investimenti in settori specifici e in infrastrutture, ma è difficile pensare che questo possa avvenire solo attraverso i capitali privati.
6. Credo che per l’utilizzo di queste risorse aggiuntive ci si debba ispirare al modello cinese, il quale riconosce l’assoluta necessità dell’imprenditorialità privata e della creatività che essa è capace di esprimere, ma la sostiene anche attraverso risorse pubbliche con generosi finanziamenti delle banche di Stato. In Europa si potrebbe anche pensare a dei veri e propri co-investimenti pubblici a fianco di quelli privati, come da tempo sostiene l’economista Marianna Mazzuccato. Deve spettare al settore pubblico definire le aree principali di intervento, affinché in questi settori non vi sia dispersione, ma al contrario una forte competizione per premiare le idee e le soluzioni migliori. Tutto questo senza ricercare un unico paradigma di regole centrali, bensì lasciando che ogni nazione cerchi di competere, per ottenere queste risorse che non saranno allocate in una percentuale fissa per Paese, come nel caso del PNNR, ma dovranno essere attribuiti con un sistema competitivo trasparente e senza allocazioni predefinite per nazione. Questo è un passaggio difficile, ma anche un reale primo passo verso l’integrazione maggiore in Europa, perché tutti quelli che propongono i passi in avanti non hanno capito che una elevatissima integrazione economica cambia radicalmente i rapporti di forza tra i vari Paesi, e tra le varie aree di ciascun Paese, come gli Stati Uniti dimostrano attraverso la crescita di alcuni stati, ma anche la crisi di altri. Maggiore integrazione vuol dire competizione fra i vari Paesi: è difficile far accettare questo, perché vi sarà sempre la tendenza a difendere il proprio Paese, le proprie aziende e la propria regione. La sperimentazione di questo modello può essere solo fatta su risorse aggiuntive, in modo tale da creare da un lato sviluppo economico e la necessaria sperimentazione di una zona franca economica e culturale, la quale sarà il banco di prova di un possibile passo in avanti ulteriore. I paesi che non dovessero accettarlo staranno fuori dalla sperimentazione, e non potranno quindi accedere a queste risorse.
I grandi fautori di un’Europa più integrata non hanno capito - o non vogliono capire - che questo passaggio è una mina totale alla difesa dei cosiddetti interessi nazionali, i quali sono oggi ancora il baluardo a cui i cittadini europei sono legati. Un cambiamento drastico e immediato su tutto, e quindi la creazione di un mercato dei servizi totalmente libero, è nei fatti oggi impossibile, ma si può creare un’area di sperimentazione che, se avrà successo, sarà l’avamposto del futuro cambiamento.
Questa proposta di grande intervento della BCE è possibile da subito, magari sostituendo parte del suo board super conservatore, e ha inoltre il vantaggio di poter un po’ ricomporre la polarizzazione politica, poiché potrebbe più facilmente trovare adesione anche in alcuni dei partiti populisti, da sempre contrari all’austerità e spesso portatori di idee economiche un po’ velleitarie. Ma è anche arrivato il momento di riconoscere che l’impostazione economica classica dei partiti liberal democratici è legata a regole ormai superate dagli altri paesi (Stati Uniti inclusi) ed è la palla al piede della quale ci dobbiamo liberare.


