IL VALORE DELLE AZIONI (E DEGLI IMMOBILI) SFIDA OGNI EVENTO NEGATIVO
Perché i capitali non sono mai stati così abbondanti
Tutti i commentatori finanziari e gli economisti si domandano come mai, nonostante l’attuale crisi geopolitica internazionale e il suo potenziale impatto negativo sull’inflazione e sulla economia, i valori dei mercati borsistici e finanziari in generale rimangano elevati; al massimo scendono di fronte a notizie drammatiche, per poi recuperare rapidamente, ed anzi crescere ulteriormente, appena il pericolo pare allontanarsi.
Si parla di irrazionalità degli investitori o di andamenti dovuti al trading automatico che governa una parte delle gestioni patrimoniali, ma la vera spiegazione è molto più semplice: la ricchezza, e quindi i risparmi, non sono mai stati così grandi rispetto alla disponibilità di beni investimento.
L’evoluzione della situazione negli ultimi 25 anni è ben rappresentata da questi dati, facilmente rilevabili, pur con piccole differenze, in rete. In particolare, faccio riferimento a quelli pubblicati periodicamente dal Mc Kinsey Institute (MKI). Tutti i dati sono in relazione al PIL, in modo da renderli omogenei e confrontabili con l’andamento dell’economia.
· La ricchezza mondiale (cioè la somma dei risparmi) è cresciuta da 4 a 6 volte il PIL e la maggioranza di questa ricchezza è immobiliare, mentre circa il 30% è liquida e mobile
· Il valore totale dei mercati borsistici mondiali è passato dal 90 al 115% del PIL
· Sono aumentati moltissimo i mercati finanziari privati (venture capital, ma prevalentemente private equity) dal 2 al 10%, sempre del PIL
· I debiti pubblici hanno avuto un andamento in linea con la crescita della ricchezza dal 60 al 95%
· La dimostrazione dell’enorme incremento della ricchezza liquida è confermata dal fatto che il mercato delle gestioni patrimoniali è passato da 90 al 140 % del PIL
· Il valore del mercato immobiliare è aumentato del 50% nello stesso periodo, e cioè in linea con l’evoluzione della ricchezza
Siamo abituati a pensare, in passato, che l’incremento della ricchezza sia dovuto alla crescita economica, e cioè alla nascita o allo sviluppo delle attività aziendali, oppure alla costruzione di nuove realtà immobiliari; tutti fattori che generano un miglioramento del PIL e di conseguenza maggiori redditi da lavoro e maggiori redditi di capitale, che a loro volta alimentano una corrispondente crescita della ricchezza e dei risparmi. Ma più recentemente non è andata così: infatti - come spiegano gli studi del MKI - quasi il 50% dell’incremento della ricchezza è dovuta all’aumento del valore dei beni patrimoniali esistenti, e cioè del valore degli immobili e anche di quello delle aziende che sono oggi valutate con parametri in relazione alla redditività molto più elevati che nel passato.
Questo è il processo di finanziarizzazione, che è al centro dei miei interessi e delle mie ricerche e di cui frequentemente parlo. Cioè si sta creando quello che - sempre MKI - chiama “paper wealth”: una ricchezza della quale beneficia chi già aveva le risorse per investire, e che non genera invece ciò di cui la società ha più bisogno: cioè nuove case, nuove aziende, nuovi lavori.
Nel nostro immaginario quotidiano, la parola “investimento” si abbina alla realizzazione di qualcosa di nuovo o comunque allo sviluppo, mentre la maggioranza degli investimenti, soprattutto nel settore immobiliare, è legato a transazioni su beni esistenti.
Quindi questa crescente ricchezza sta alimentando il processo nel quale la domanda di investimento aumenta più rapidamente dei beni disponibili per riceverla, facendone quindi crescere il valore, e continuando ad alimentare l’aspettativa positiva che questo processo possa continuare. Non è dunque sorprendente che i valori finanziari non scendano neanche di fronte a rischi potenziali ed enormi, proprio perché queste risorse non hanno molte alternative, e le persone e i gestori patrimoniali non accettano di tenerle liquide, ma soprattutto - ed è questo il punto critico -non pensano di accettare investimenti con ritorni finanziari più bassi e più a lungo termine, in quanto vi è l’opportunità di ottenere a breve con ritorni elevati, e con la percezione che il rischio sia basso, grazie al sostegno di questa enorme domanda finanziaria.
Questa tendenza è ancora più accentuata dal fatto che molti degli investimenti di questo tipo sono fatti a debito, cioè una parte del prezzo è finanziato dalle banche. Tutti i dati mostrano che i prestiti del sistema finanziario verso questo tipo di operazioni (“leverage”) sta crescendo molto di più rispetto a quelli all’economia reale: ciò perché vi è una forte domanda e, inoltre, le banche valutano meno rischiosi questo tipo di prestiti, che hanno in garanzia il bene finanziato.
Di fronte a questa situazione, la domanda che ne consegue, e che è oggetto di dibattito, è se questo fenomeno stia togliendo risorse all’economia reale, la cui crescita è l’elemento chiave per creare beneficio per l’intera collettività.
La risposta è articolata.
Per la parte debito è probabilmente vero, perché le banche preferiscono questi tipi di finanziamento meno rischiosi, e che in generale richiedono una minor capillarità territoriale (e quindi meno costi operativi) essendo operazioni di maggior dimensione fatte verso grandi istituzioni che fanno transazioni finanziarie molto elevate. Tutto questo avviene perché le banche guardano sempre più alla loro redditività, che si basa molto sulle gestioni patrimoniali e sulle commissioni per le transazioni, mentre tendono a vedere il credito alle aziende come più costoso e più rischioso. Il credito svolge per l’economia la stessa funzione che la luce e il gas hanno nella nostra vita quotidiana e quindi è in qualche modo una “utility”, ma ora l’aspettativa di ritorno degli azionisti delle banche (anche qui la finanziarizzazione!) sta riducendo l’interesse strategico verso questo tipo di finanziamenti. Lo conferma il fatto che le banche americane hanno, ad esempio, fatto nel primo trimestre di quest’anno enormi utili derivanti dalle commissioni per le transazioni di vendite d’acquisto di titoli, cioè l’estrema volatilità del mercato finanziario dovuto alle crisi geopolitiche spinge gli investitori a comprare e vendere più frequentemente e ciò ha generato questo alto livello di utili, che sono il frutto di un’attività che non ha alcun rischio sostanziale.
Diversa invece è la situazione per quanto riguarda gli investimenti in capitale.
L’enorme sviluppo del venture capital, che ha portato negli ultimi vent’anni alla creazione di una decina di aziende, che oggi sono quelle di maggior valore e che con le loro tecnologie stanno cambiando la nostra vita, dimostra che progetti ambiziosi e anche molto rischiosi possono trovare enormi quantità di capitale. La corsa ai massicci investimenti nell’intelligenza artificiale ne è oggi la dimostrazione. Il problema è che l’aspettativa di ritorno del capitale, benché, come abbiamo visto, sia molto abbondante, è estremamente elevata, e pertanto trovano risorse quasi solo quelle opportunità che possono promettere questa aspettativa, anche se con forti rischi.
Questa è oggi la situazione del mondo occidentale e cioè di un bene molto abbondante, appunto il capitale, che ha però l’aspettativa di continuare ad avere ritorni elevati proprio perché è capace di crearli attraverso questa continua crescita del valore dei beni esistenti. E tutto questo non avviene per cattiveria di pochi operatori finanziari, anche se i gestori finanziari sono gli alimentatori di questa aspettativa, ma perché, proprio per la situazione che si è creata, tutti noi, o meglio tutti quelli che hanno risparmi, indipendentemente dalla loro visione della società, non vogliamo rinunciare a quest’opportunità. E per di più facciamo fatica a riconoscere questo dato di fatto, anche perché la maggioranza degli economisti sta ancora applicando dei modelli non più adatti alla realtà che si è venuta a creare.
Tutto questo genera due aspetti molto negativi nelle società occidentali:
1. Stiamo perdendo competitività in particolare con la Cina, dove le aziende, pur con il forte intervento, talvolta distorsivo, del settore pubblico, possono trovare prestiti a lunghissimo termine e a bassi interessi, e l’aspettativa di ritorno finanziario del capitale è più bassa: questo permette investimenti di lungo periodo sia nella ricerca e sviluppo, che nelle attività produttive. Dietro questo meccanismo sta il successo che la Cina sta avendo in tantissimi settori, per esempio nell’automobile elettrica, nei pannelli solari, nelle batterie da accumulo e altre tecnologie molto importanti per il nostro futuro. Non ci stiamo rendendo conto che la nostra brama di ritorno finanziario trova oggi sazietà nel fenomeno della finanziarizzazione, ma la stiamo pagando nella perdita di crescita economica e gradualmente in futuro le nuove generazioni dovranno consumare questa ricchezza, la quale diventerà un necessario sostitutivo di redditi che faranno sempre più fatica a crescere, e forse del lavoro che verrà a mancare.
2. Trovano invece risorse con difficoltà tutte le altre attività, spesso di piccole dimensioni, che sono fornitrici di servizi per la comunità (per esempio ausili e /o assistenza); infrastrutture che migliorino la vita delle comunità, ma con ritorni in tempi lunghissimi, e comunque tutto ciò che non promette ritorni finanziari molto ambiziosi. Ma non abbiamo bisogno solo di intelligenza artificiale: anzi, sempre più il disagio che cresce soprattutto nei giovani ci indica che abbiamo bisogno di maggiore coesione; di sperimentare nuovi modelli educativi e sanitari (i quali richiedono molta imprenditorialità, ma anche molta pazienza di sperimentazione) e di tempi per poter raggiungere un equilibrio economico.
Il mercato dei capitali sta guidando la direzione del nostro futuro e delle nostre società. Non è però affatto chiaro che questa sia una direzione che possa creare una società coesa, meno disuguale e che renda le persone, e soprattutto i giovani, meno preoccupati. L’utilizzo del capitale è il nodo intorno a cui giochiamo il nostro futuro. Purtroppo, di tutto questo si parla troppo poco, ed anzi parlarne appare quasi un disturbo rispetto ad una situazione che sempre più assomiglia ad un treno che né la politica, né il mondo intellettuale, né le organizzazioni della società civile sanno guidare.


