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Avatar di Luciano Balbo

Caro Marco, su questo tema ci "dividiamo". Non sono un certificatore, ma penso che innazi tutto bisogna "sensibilizzare". questa situazione non è affatto chiara, neppure alle cosiddette "elite culturali". Dal consenso parte il cambiamento

Avatar di Marco Faita

Caro Luciano, accetto che ci dividiamo, ma vorrei fissare il punto della divisione, perché non è di sensibilità ma di grammatica.

Tu proponi di sensibilizzare le élite culturali per costruire consenso intorno a una meritocrazia migliore. Io sostengo che il problema non è migliorare la meritocrazia: è uscirne. La grammatica meritocratica — anche nelle sue versioni più sociali — presuppone soggetti valutabili, ordinabili, comparabili su una metrica. L'approccio delle capability di Sen e Nussbaum, la teoria del riconoscimento di Honneth, il governo dei commons di Ostrom non sono varianti morbide della meritocrazia: sono un'altra antropologia.

"Dal consenso parte il cambiamento" è esattamente la tesi che metto in discussione. Il cambiamento non parte dal consenso delle élite illuminate. Parte dalle persone che co-decidono le condizioni della propria vita. È un'altra teoria del mutamento.

Avatar di Marco Faita

Il manifesto involontario, La diagnosi perfetta che diventa il problema.

Balbo documenta con dati McKinsey che il 50% della ricchezza mondiale non viene dall'economia reale. Il capitale produce capitale. Le banche hanno smesso di irrigare l'economia per fare i maggiordomi della rendita. Le crisi geopolitiche? Le banche USA ci fanno utili record. Il sistema non subisce le crisi: le metabolizza in profitto.

Diagnosi chirurgica. Ma qui scatta la trappola: descrivere la potenza di un sistema senza indicare come resistergli non è denuncia — è certificazione. Il lettore esce pensando "è così, non c'è alternativa". La critica più lucida del capitalismo finanziario diventa il suo manifesto involontario.

Chi documenta la gabbia con precisione millimetrica ma non indica l'uscita sta costruendo le pareti, non smontandole.

La complicità travestita da impotenza!

Balbo chiude dicendo che è "un treno che nessuno sa guidare". Parola chiave: "sa". Non "vuole" — "sa". Il problema sarebbe cognitivo, non politico. Nessun colpevole, nessuna responsabilità, nessuna scelta. Solo incomprensione collettiva.

Ma Balbo stesso scrive: "tutti noi non vogliamo rinunciare a quest'opportunità". Ecco il cortocircuito: prima dice che nessuno sa, poi ammette che nessuno vuole. Non è ignoranza — è scelta. E universalizzarla con "tutti noi" è l'ultima mossa di chi non vuole dire "soprattutto noi". Il pensionato con 50.000 euro e il family office con 500 milioni non sono complici allo stesso modo.

L'impotenza dichiarata è complicità mascherata. E il linguaggio della complessità diventa alibi per l'inazione.

Il freno esiste, chi lo nasconde?

Il treno ha un macchinista. Si chiama assenza di volontà politica. E il freno esiste.

Separazione banca commerciale e banca d'affari: ha funzionato dal 1933 al 1999. Glass-Steagall. L'hanno smontata — scelta politica, non fatalità. Tassazione dei capital gains al livello del lavoro: perché un euro guadagnato dalla rendita vale fiscalmente più di un euro guadagnato col sudore? Governance del credito come utility: lo dice Balbo stesso che il credito è come luce e gas — allora si regoli come luce e gas. Fondi sovrani di sviluppo umano: capitale paziente e democratico, senza bisogno del modello autoritario cinese.

Strumenti documentati, testati, funzionanti. Nessuno li nomina. Perché nominarli significa disturbare chi siede in prima classe.

Il capitalismo finanziario non ha vinto perché è invincibile. Ha vinto perché chi poteva combatterlo ha preferito descriverlo. E descriverlo brillantemente non è resistenza — è la forma più elegante di resa.